Gita a Tortona

Dopo la morte del Vescovo Bianchi si avvertì nella nostra cittadinanza un motivo di inquietudine.

Non so per quali indizi precisi si temè che a Roma, in altissimo loco, si pensasse di sacrificare la sede Vescovile di Monopoli.

Non era certo pericolo che poteva lasciarci indifferenti perché si sussurra da tempo che si sia studiando una riforma, una sistemazione nuova delle Diocesi, specialmente delle più piccole. E la nostra non è grande certo, se si guardi al numero delle anime, ma non per questo meno bisognosa di cure assidue, capillari e dirette.

La buona gente mi rivolgeva continue domande, anche per iscritto, ed invocava aiuto come se un Parlamentare avesse voce in capitolo nelle faccende della Curia Roma, ma circondate da necessaria e prudentissima riservatezza.

Dirò con candore che se la minaccia si fosse avverata, non io solo mi sarei trovato in bei pasticci, e, nella confusione solita e comoda del sacro col profano certamente si sarebbe andati incontro a pericolosi scogli.

Allorchè il 22 aprile presi in mano il telefono non fu per cosa fastidiosa e solita. Una persona di oltre Tevere mi comunicava che il nuovo Vescovo era stato eletto e che la notizia era riportata nell'Osservatore Romano.

Notizia piena di gioia nello stesso giorno che si facevano le esequie del nostro compianto Vicario Mons. Annese. Non disse Platone che la gioia ed il dolore sono legate ad uno stesso filo?

Vidi con sollievo dissiparsi la nuvola minacciosa dal cielo di Monopoll e mi prodigai in telegrammi e che non ebbero pregio di novità, perché la notizia era stata intercettata dalla radio vaticana. Telegrafai altresì al Vescovo a nome di tutti, di cui mi resi interprete.

La risposta tardò e fu di una cortesia riguardosa e diplomatica, non corrispondente allo slancio del mio cuore. Compresi dopo il motivo; il mio nome e cognome a causa d'una famosa omonimia aveva suggerito un certo riguardo per riflessi religiosi e politici.

Contrario per natura e per necessità ai viaggi fuori programma, profittando della vacanza del 25 aprile, decisi di recarmi a Tortona.

Consultai l'enciclopedia Treccani, detti uno sguardo agli orari ferroviari, che per me hanno il fascino delle tavole logaritmiche, e mi affidai ad un autorevole collega del nord che fu felice di prendermi sotto la sua guida. Ci facemmo buona compagnia per tutta la notte e la mattina seguente, ma la sua esperienza non seppe impedire che a Genova perdessi la pur garantita coincidenza per Tortona.

Giacché dovevo proseguire per Milano potetti visitare la Mostra dì Wan Gogh, allestita al palazzo reale. Mi trattenni così nella metropoli qualche ora tra la mostra ed il Duomo di cui guardavo trasognato l'architettura, seduto su una panchina nella gran piazza accanto all'impiegato in vacanza che portava a spasso i suoi piccoli, rincorrenti i colombi.

Avrei voluto telefonare a qualche amico, ma non ne feci nulla. Dopo una colazionaccia corsi alla ferrovia e mi toccò un treno lumaca che mi obbligava a sobbalzare ad ogni stazione proprio quando un sonnellino cominciava a farsi ghiotto.

Una volta a Tortona cominciarono le emozioni per la ricerca del Collegio Ecclesiastico. Tutte gentili certo le persone interrogate, ma, chissà perché, non avendo idee molto chiare, ti mandavano da Erode a Pilato. Stanco e deluso credetti alfine di trovare il tipo che faceva per me, un ometto raggiante che in quel momento usciva da un locale. Non commetterò mai più errore psicologico sì marchiano, che il mio tipo era brillo e sordo per giunta .

Scoperto il Collegio semideserto, non vi trovai il Vescovo che, come appresi da un convittore, dimorava in altra sede. Era un profugo dalmata, un bravo ragazzo che credeva di sbrigarsela con molti "volti a destra e volti a sinistra".

L'obbligai cortesemente ad accompagnarmi se proprio aveva pietà di me e lui riluttante, perché non c'era altri che lo sostituisse, mi fu utile scorta fino alla meta desiderata.

Il mio pessimismo mi faceva passare per la mente anche l'eventualità che il Vescovo fosse assente e questo pensiero, anche per altri morivi, mi dava fastidio.

Invece l' Eletto c'era e sarebbe sceso subito in parlatorio. Attesi non molto, ma più del previsto.

Il Vescovo credeva forse di trovarsi di fronte all' lnnominato, ad un personaggio complesso, ad una personalità arcigna e, invece, ad onta delle apparenze, il mio sentimento era quello di un figlio nei confronti del Padre.

Mi accompagnò benevolmente nelle sue modeste stanze e lì mi parve di chiarire l'equivoco del nome. Parlai con libertà di tante cose per fare un rapido panorama della Diocesi da Cisternino a Polignano, affinché il Pastore meglio la conoscesse e più l'amasse. La conversazione fu interrotta da una suora che recava I'ultimo omaggio, un bellissimo vaso di gardenia in fiore. Confesso che questa parentesi mi rinfrancò molto.

Detti anche uno sguardo a Tortona, alle sue vie, alle sue Chiese e tornai a l'ora stabilita per la cena cui ero stato invitato. Ad onta della puntualità, i sacerdoti del Convitto erano già a mensa.

Li, saluti, presentazioni, intrecci di cortesie e di domande, nonché cenni eruditi. Ci fu chi chiese notizie di Egnazia e fece riferimento al noto passo di Orazio. Dopo cena era tardi ed il Vescovo aveva un impegno; ma lo seguii non ostante la stanchezza. Egli si recava ad un concerto tenuto dagli operai di un complesso industriale a qualche chilometro dal centro.

Mi accompagnò con la sua macchina guidata giovanilmente da lui stesso. Vedendolo apparire gli operai lo festeggiarono moltissimo. Erano con lui personalità del Governo e del mondo economico.

Tra l'altro l'Ecc. Brusasca, vedendomi, mostrò la sua meraviglia. Monopoli è molto lontana da Tortona. Mi spiegai con un gesto, indicandogli il suo amico mons. Ferrari. Comprese a volo, si congratulò con l'eletto e rivolse parole carine a me per la premura dimostrata.

Cascavo dal sonno, ma Mons. Ferrari mi intrattenne a lungo nella cameretta, messa a mia disposizione. Poi si accomiatò scusandosi che l'indomani non mi avrebbe rivisto. Mi svegliai di buon'ora per prendere il treno. Tutti i sacerdoti erano fuori per il loro lavoro e il convitto era deserto, cappella compresa, e mi pareva di trovarmi nel castello d'Atlante. Stetti un po’ in Cattedrale e il caffè lo presi in uno strano chiosco in vista della Stazione.

Portavo al ritorno una certezza: Monopoli aveva non solo il suo Vescovo, senza pregiudizio quindi per l'autonomia secolare della Diocesi a "immediate subiecta", ma le era stata destinata una personalità distinta, comprensiva, soave ed energica ad un tempo, prudente e saggia, requisiti preziosi per un pastore di anime.

Nella giornata commovente della Consacrazione le impressioni si radicarono in me, specialmente dopo le parole profonde ed eloquenti di Mons. Melchiori. Quando nell'affollato banchetto mi dettero la parola che non avevo chiesto, dissi tra l'altro che recavo a Mons. Ferrari come singolare omaggio la chiave del cuore dei miei concittadini, adagiata sul guanciale del mio cuore.

La vecchia frase francese sortì il suo effetto, anche perché sincera. Non solo per la chiave allegorica, ma forse un poco per il cuscino, pure se disadorno e sdrucito.

Senarore LUIGI RUSSO
Monopoli, Agosto 1952

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