L'omelia che è azione liturgica:
è azione di Cristo
e del popolo di Dio gerarchicamente ordinato

15 dicembre 1982 uno dei tanti incontri con i sacerdoti

Mons. Carlo Ferrari
Mons. Carlo Ferrari

Dare il senso della predicazione liturgica alla omelia non è facile. Abbiamo concetti che stanno prima di questa realtà, che nascono da una nostra esperienza o cultura o catechesi, per cui abbiamo considerato la predicazione nella messa e durante la celebrazione degli altri sacramenti come fatti a se stanti.

L'omelia di per se non riguarda solo la Messa ma l'amministrazione di tutti i sacramenti che dovrebbero avvenire nel contesto della celebrazione della Parola cui segue l'omelia e quindi la celebrazione sacramentale. Parola e sacramento si completano a vicenda e portano avanti la caratteristica della rivelazione della salvezza che è fatta di parole e di avvenimenti. Parola che illumina, avvenimento che realizza ciò che la parola annunzia.

Cosa si intende per omelia o predicazione liturgica? Il concilio è esplicito. Nel suo primo documento, la Liturgia che apre tutti gli altri documenti, afferma che la omelia fa parte dell'azione liturgica (Lit. 89) L'omelia quindi è azione liturgica. L'azione liturgica a sua volta che cosa è? Mi rifaccio alla celebrazione della Messa che è la celebrazione liturgica per eccellenza. L'introduzione al nuovo messale dice che la messa è azione di Cristo e del popolo di Dio gerarchicamente ordinato per celebrare il memoriale del Signore. L'omelia che è azione liturgica, è azione di Cristo ed è azione del popolo di Dio gerarchicamente ordinato.

L'omelia anzitutto è azione di Cristo. Ciò che si fa nelle nostre chiese, nelle nostre comunità, dal momento che siamo due o più riuniti nel nome di Gesù Cristo, Gesù Cristo è presente ed agisce. Gesù Cristo non è presente come uno spettatore, come un maestro che osserva se facciamo bene ma, se si parla, è come se parlasse lui, se si agisce è come se agisse lui. E' lui che battezza, è lui che trasforma il pane e il vino nel suo corpo e sangue come ha fatto nell'ultima cena. E' lui che parla.

Quando suonava il campanello per la elevazione facevamo grandi gesti di adorazione perché Gesù Cristo era presente. Se dovessimo suonare il campanello per la presenza vera di Gesù Cristo durante le celebrazioni liturgiche, dovremmo suonarlo incessantemente perché in ogni momento egli è presente ed operante. Egli fa ciò che fa la sua Chiesa. Anzi, è lui che associa la sua Sposa che è la chiesa, che siamo noi - la chiesa di Gesù Cristo non è qualche cosa di astratto o di trascendentale - ma il primo presente, il primo che parla, colui che ci convoca, che ci riunisce, che ci sostiene è sempre Gesù Cristo. L'omelia quindi è anzitutto azione di Cristo.

Ne derivano conseguenze magnifiche. Questa parola di Dio celebrata così poveramente ,letta in fretta dai nostri ragazzi, qualche volta farfugliata anche da noi sacerdoti, è parola di Dio, è quello strumento per cui Gesù Cristo è diventato il principio della creazione: 'per mezzo di lui tutte le cose sono tate fatte"( Gv ) " e tutto in lui sussiste". Quella Parola che ha detto al cieco "vedi", al sordo "odi", allo zoppo "cammina", al paralitico 'ti sono rimessi i peccati", è ancora viva in mezzo a noi ed ha la stessa efficacia e la stessa forza di sempre nelle nostre celebrazioni nonostante siano tanto povere. Questa è la cosa stupenda e meravigliosa di cui dobbiamo essere convinti, a cui dobbiamo accostarci con fede per accogliere quei frutti per cui la parola di Dio è lasciata nel mondo ed offerta per la salvezza degli uomini. Durante la celebrazione della parola e l'omelia prima di vedere ed ascoltare il sacerdote dobbiamo pensare alla presenza di Gesù, alla potenza della sua parola e a questo deve portare attenzione la nostra fede.

Noi celebrando facciamo qualche cosa in cui è impegnato Dio ma siamo impegnati anche noi. La celebrazione liturgica è azione di Cristo e del popolo di Dio gerarchicamente ordinato. Il popolo di Dio, la comunità convocata, non sono tutti quelli che sono materialmente presenti nella chiesa. La comunità sono coloro che guardano Gesù Cristo con fede, che riferiscono la loro vita a Gesù Cristo, che stanno intorno all'altare perché cercano, attendono e vogliono Gesù Cristo prima e al di sopra di ogni altra persona e di ogni altra cosa. Questo è il popolo di Dio che celebra.

Gli altri assistono, soddisfano al precetto della chiesa ma non compiono una vera celebrazione liturgica. Se non ci fossero persone totalmente e incondizionatamente orientate a Gesù Cristo ci sarebbe una celebrazione eucaristica dal punto di vista giuridico ma estremamente povera da un punto di vista teologico e quindi della salvezza.

Se Gesù Cristo non incontra la sua Sposa in questi momenti forti della celebrazione, la salvezza non va avanti, non opera per gli uomini, non opera per la storia. Basta una piccola comunità, un pugno di gente, un "resto" un piccolo gregge" un piccolo seme, che Gesù Cristo feconderà e renderà fruttuoso per la umanità anche se questa non se ne accorge ma ci deve essere.

Abbiamo noi la coscienza che la celebrazione comporta questa presenza attiva di una vita impegnata nel senso della fede e della adesione e della comunione a nostro Signore Gesù Cristo che è poi il frutto della salvezza? Noi sacerdoti, nel vespro di questa sera abbiamo letto "fedele è Dio che ci garantisce la comunione cioè una unione vitale con Gesù Cristo. C'è questa unione durante le nostre celebrazioni? Durante la celebrazione della parola? Se c'è, è garantita l'azione dì Gesù Cristo, se non c'è manca l'appoggio da cui Gesù Cristo parte per poter svolgere la sua missione, per poter dare la possibilità che nel mondo ci sia la continuazione della sua opera di salvezza per tutti gli uomini.

Questo è un dato fondamentale per la celebrazione della parola, per le nostre omelie. O nelle nostre celebrazioni ci sono questi nuclei, questi gruppi, questi "resti di Israele" su cui fa presa la presenza e l'azione di nostro Signore Gesù Cristo oppure ci vuole altro che il prete faccia una bella predica, che tenga una bella omelia ricca di contenuti con un linguaggio adatto molto incarnato nella situazione! L'incarnazione nella situazione deve essere costituita da persone vive che stanno intorno al sacerdote.

L'azione liturgica è azione di Cristo e del popolo di Dio gerarchicamente ordinato. Ognuno compie la propria parte. C'è la parte del vescovo e del sacerdote che garantiscono l'autenticità della parola di Dio perché sono i maestri della parola e presiedono la comunità, c'è il piccolo gregge, "il resto" che si raccoglie intorno a nostro Signore Gesù Cristo ma questo compito eminente viene vanificato se non c'è chi deve essere radunato nel nome di Gesù Cristo. Quindi la presenza determinante di una omelia, della celebrazione della parola del Signore è quella della comunità di coloro che con la propria fede, con la propria persona, con la propria vita fanno riferimento in un modo incondizionato e totale a nostro Signore Gesù Cristo.

OM 685 b Sacerdoti 82
1-8-15-22 dicembre 1982







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