Settimana di pastorale "Con quale chiesa?"
31 agosto 4 settembre 1981

gli operatori pastorali
nella nostra diocesi

relazione conclusiva del vescovo

Mons. Carlo Ferrari
Mons. Carlo Ferrari

Dalle relazioni di questa "settimana" e dalle conclusioni a cui sono pervenuti i gruppi di studio, raccolgo in alcuni punti gli stimoli e le indicazioni che mi sembrano pi˙ interessanti per definire e collocare gli operatori pastorali nella nostra realtÓ diocesana.

1. Anzitutto la necessitÓ di essere attenti al contesto socio-culturale in continuo cambiamento, come ha bene rimarcato la relazione di Mons. Sartori sul ruolo delle "mediazioni" nel dialogo pastorale.

C'Ŕ tutta una realtÓ umana, specialmente a livello giovanile, che si evolve con rapiditÓ impressionante. Dal '68 a oggi le posizioni dei giovani risultano completamente rovesciate. Chi fosse rimasto fermo agli atteggiamenti mentali e pratici di quegli anni, sarebbe fuori dal tempo, si precluderebbe una reale capacitÓ di dialogo con i giovani d'oggi. Dalla contestazione alla droga e al terrorismo per una minoranza, a un'apatica rassegnazione senza prospettive per molti altri, i giovani cambiano sotto i nostri occhi e ci trasmettono segnali inquietanti. L'ultimo, e il pi˙ paradossale, Ŕ che una grande massa di giovani non ci pone pi˙ richieste di alcun genere.

Dobbiamo continuare ad approfondire le nostre analisi per rimanere nel concreto della storia.

Il Figlio di Dio si Ŕ incarnato nella storia dell'uomo e continua a incarnarsi in essa mediante il suo Spirito, presente e attivo nella comunitÓ dei credenti. L'azione pastorale, che Ŕ l'azione di Cristo e della Chiesa, Ŕ chiamata a inserire la salvezza in questa complessa realtÓ che Ŕ il mondo, sociale e culturale, dell'uomo. La situazione pastorale in cui di fatto ci troviamo Ŕ ancora, in molti casi, quella del pre-Concilio, con i suoi impegni di fine settimana e con tutta una impostazione abitudinaria che ha fatto il suo tempo perchÚ sottende una teologia che non Ŕ quella del Concilio, ma quella dei vecchi manuali di seminario. I giovani sacerdoti non sempre hanno la preparazione e la forza per rappresentare un fermento di novitÓ e finiscono per adeguarsi.

Dobbiamo tendere all'ideale di fare della teologia del Concilio e del dopo-Concilio l'alimento quotidiano della nostra vita spirituale e poi trasfondere questa ricchezza interiore nella pratica pastorale. C'Ŕ un'esigenza reale di rivedere le prospettive della nostra teologia e specialmente della nostra ecclesiologia.

2. I contenuti formativi devono essere dati dalla chiesa particolare e non presi dal di fuori. La chiesa Ŕ lÓ dove si annuncia il Vangelo e si celebra l'eucaristia in comunione col Vescovo; la chiesa in concreto Ŕ la chiesa particolare, non sono le centrali dei diversi Movimenti e Associazioni. Ed Ŕ nella chiesa particolare che devono verificarsi convergenze decisive.

Oggi assistiamo a un fatto abbastanza paradossale: trovare I accordo sulle cose da fare Ŕ relativamente pi¨ facile che realizzare una comunione di pensiero, di valori e di intenti. Col rischio di muoversi su piani diversi, senza una visione e un progetto unitari.

3. Gli operatori pastorali si formano pi¨ coltivando una vocazione che abilitando a svolgere determinate funzioni. Non che l'aspetto della preparazione specifica alle funzioni di chiesa possa essere trascurato, ma non deve avvenire, ad esempio che l'affanno per trovare e preparare catechisti, prevalga sull'impegno a far emergere tutte le vocazioni presenti nel popolo di Dio. I catechisti stessi, se prima non sono dei veri credenti, non potranno fare nÚ dare gran che.

4. Riemerge qui il tema della catechesi esperienziale: solo se si Ŕ stati e si Ŕ in intimitÓ con Cristo, si Ŕ capaci di formare cristianamente altre persone. Anche Paolo VI lo ha ricordato pi¨ di una volta: c'Ŕ pi¨ urgenza di testimoni che di operatori; Ŕ di testimoni che il mondo d'oggi ha bisogno.

5. Lavorare su un ventaglio di iniziative formative e non su una sola ipotesi. Le ragioni di questa scelta sono diverse, di natura storica ed ecclesiale.

a) La missione della Chiesa non si esaurisce nell'annuncio diretto del vangelo. C'Ŕ tutta l'azione liturgico-sacramentale, che costituisce I espressione culminante del mistero cristiano, e c'Ŕ la "diaconia" della chiesa all'interno del popolo di Dio e nei riguardi del mondo.

Sono aspetti che possiamo tenere distinti ma non dobbiamo separare, neanche a livello di formazione degli operatori. Abbiamo bisogno di validi operatori-testimoni in questi settori non meno che in quello della catechesi. Operatori della pastorale liturgica, che non pu˛ avvalersi del primo che capita o semplicemente dei pi¨ disponibili e che dovrÓ contare di pi¨ sugli adulti; operatori della caritÓ, che dovrÓ essere anzitutto la caritÓ teologale, cioŔ la forma cristiana dell'attenzione ai bisogni dell'uomo e del mondo, I'amore per i vicini non meno che per i lontani, animato dallo Spirito del Signore e alimentato dalla celebrazione eucaristica, I'amore per i "nuovi poveri" che dobbiamo saper conoscere e riconoscere nelle situazioni di oggi.
Le canalizzazioni operative vengono dopo questo impegno di apertura alle dimensioni e sollecitazioni della caritÓ teologale.

b). Un altro insieme di sollecitazioni ci viene dal momento storico che stiamo vivendo e che dobbiamo saper leggere da credenti.
Il Concilio, poi ripreso da Giovanni Paolo II, ci ha ricordato che Cristo in qualche modo si incarna in ogni uomo. E la Chiesa Ŕ strumento di salvezza per tutti, anche per coloro che sono "fuori" o che le sono "contro".

C'Ŕ bisogno di uno sguardo pi˙ aperto sul mondo per saperne interpretare le attese profonde e per diventare noi stessi pi˙ autentici e pi¨ credibili. Il magistero e l'azione del Papa ci sono di ispirazione e di stimolo quotidiano a lavorare intensamente per la salvezza del mondo, nel travaglio di sofferenze e minacce che lo stringono da ogni parte.

Forse questo mondo sconvolto Ŕ pi˙ vicino a Cristo di quanto non Si pensi. Il fenomeno il nuovo delle scuole di teologia, con centinaia e migliaia di frequentanti, Ŕ, insieme con altri, una indicazione che fa sperare.

Dobbiamo essere pi˙ fiduciosi in Dio, che porta a compimento il suo disegno di salvezza per strade e tappe a noi sconosciute. Dobbiamo essere pi˙ fiduciosi anche verso i fratelli, pi˙ attenti alle domande religiose, non sempre esplicite ma vissute e sofferte che ci rivolgono, pi˙ capaci di offrire loro occasioni di stimolo e di sostegno a quella crescita, umana e cristiana, a cui vogliamo servire.

ST 295 Settimana 81

Relazione conclusiva del Vescovo Mons. Ferrari
Stampa: Rivista Diocesana 1981 " Con quale chiesa?" pagg. 109 -112
Gli Atti su CD 1981 SETTIMANA nella biblioteca del Vescovo