Settimana di Pastorale 27-31 agosto 1979

Più avanti nel nuovo cammino

Relazione conclusiva del Vescovo

Mons. Carlo Ferrari
Mons. Carlo Ferrari

Ormai sapete che questo non è il discorso della corona e non è neppure il discorso che voglia riassumere in linee operative quello che è stato detto e approfondito durante questa settimana. E' la conclusione di questa tappa: quello che più importa è avere la convinzione che siamo in cammino. Tutti gli anni, dacché siamo insieme, abbiamo camminato. E sapete che il cammino di Dio non è un cammino retto che vada così, senza svolte e senza risvolti, decisamente verso la meta. Si cammina, pensando di essere guidati da Dio e si va avanti e forse si torna anche indietro. Si fanno dei tratti di strada giusti e si fanno anche dei tratti di strada - diciamolo con lealtà - sbagliati.

Queste parole ve le ho dette soltanto perché entri in voi sempre più profonda la convinzione che con tutte le nostre iniziative e in particolare con l'iniziativa principale della nostra attività, la settimana pastorale, noi intendiamo camminare.

Coscienza di dare priorità alla catechesi degli adulti frutto del nostro cammino

Da quando abbiamo incominciato il nostro cammino qualche cosa si è mosso. Oso dire che dallo scorso anno a quest'anno qualcosa si è mosso. La tappa dell'anno scorso è stato un momento in cui, per così dire, abbiamo cambiato rotta in quell'attività principe della nostra pastorale che è la catechesi. Abbiamo fatto delle scelte, che non dipendono dal nostro arbitrio, da un giudizio nostro soggettivo, ma che sono nella natura delle cose:
- gli adulti nella comunità ecclesiale,
- il messaggio cristiano che si trasmette come un messaggio di vita e attraverso un'attività vitale,
- la convinzione che le nostre comunità anagrafiche non corrispondono a vere comunità ecclesiali.
Quindi anche se non si sono fatte grandi cose - anzi non se ne sono fatte e non se ne potevano fare nell'arco di un anno - anche se non ci sono state iniziative di rilievo e neppure questo poteva essere atteso e preteso, tuttavia nel tessuto della nostra comunità diocesana si e fatta più chiara una coscienza, cioè la coscienza di una priorità.

Non è giusto impegnare tutte le nostre energie per catechizzare un'età che è transitoria, che è soltanto preparatoria e di approccio, e lontana dal momento della responsabilità piena che esige la fede e la vita di fede. Motivato risulta dunque il nostro sguardo al mondo degli adulti, motivata la nostra preoccupazione per il mondo degli adulti, come motivati sono i primi tentativi di rivolgere la nostra azione, di dirigere il nostro ministero verso gli adulti. E' una sensibilità questa, chiaramente avvertita, anche se il passaggio da una catechesi per ragazzi, ad una catechesi per adulti porta con sè delle gravi difficoltà.

E' necessario un impegno di proposta rifacendosi alla sorgente che è lo Spirito Santo

Si è fatta chiara la coscienza - e io ritengo che se ne sono avuti i segni - che per catechizzare è necessario un impegno di proposta di fronte alla esigenza di una vita nuova di cui lo Spirito Santo è sorgente: non il libro, non i catechismi, non il semplice catechismo, non la semplice catechesi. Lo Spirito Santo è sorgente dei contenuti che noi intendiamo proporre, contenuti che esigono un mutamento di vita, un salto di qualità, per corrispondere alla realtà della redenzione, della salvezza. E noi siamo congiunti in modo vitale a questa azione dello Spirito Santo che è sorgente.

Il senso della catechesi esperienziale si riconduce all'esperienza dell'unione con lo Spirito Santo e si manifesta nell'esperienza di essere strumenti congiunti in modo vitale con lo Spirito Santo di Dio che viene diffuso in tutto il mondo e in tutti i cuori e che porta con sè il dono della vita nuova e che con la sua azione fa nuove tutte le cose.

E' un impegno formidabile, ma è un impegno nel quale noi siamo a livello di strumento. L'attore principale, il protagonista e la sorgente è un Altro, che è vivo nella chiesa e nella vita della chiesa, nella misura in cui può essere vivo ed attivo nelle persone che vogliono appartenere alla Chiesa. Di questo -ripeto -si prende coscienza. Il cristianesimo - l'ho già ricordato altre volte - non è una dottrina da imparare, è anche una dottrina da imparare, ma nella sua essenza, nella sua sostanza, nella sua completezza, è una vita da vivere. Ed è per questo che è difficile tanto proporlo, come trasmetterlo, come accoglierlo.

Non siamo più in un ambiente di cristianità: il coraggio di contarci

Si prende coscienza di un'altra realtà, di una situazione: non siamo più in un ambiente di cristianità, ma siamo in un ambiente secolarizzato, nel quale i valori religiosi non sono più quelli che ispirano la vita quotidiana in tutte le sue manifestazioni. Anzi c'è la presunzione non soltanto di un'autonomia delle realtà terrestri, ma c'è la presunzione di un'indipendenza delle realtà e dell'attività terrestri rispetto a Dio, alla sua azione e alla sua legge.

E allora dobbiamo avere il coraggio di contarci, ma non per fare una constatazione pessimistica: diventiamo sempre più numericamente pochi; importante è che siamo quello che dobbiamo essere di fronte ad una massa, che non è cristiana, anche se ci sono delle manifestazioni di massa, che hanno una parvenza di cristianesimo. E non dobbiamo neppure sognare di avere la massa che crede, non per rassegnarci, non per rifugiarci nel più facile, ma anzi per impegnarci secondo il disegno di Dio. Noi dobbiamo individuare quel resto, quel lievito che è nel mondo disposto da Dio come strumento e sacramento e mezzo per la salvezza anche della massa.

Dobbiamo pensare questo, perché mi pare sia proprio questo l'insegnamento della Sacra Scrittura e del Concilio: Israele per la salvezza di tutti i popoli, il resto di Israele per la salvezza di tutto Israele, la chiesa come strumento e sacramento dell'unione con Dio e dell'unione degli uomini tra di loro, ma non la chiesa come l'istituzione visibile di coloro che vanno in chiesa, ma la chiesa di coloro che sono mossi dallo Spirito Santo e accolgono la vitalizzazione del medesimo Spirito nella carità e nell'impegno.

La realtà: Diocesi, Vicariati

Perciò dobbiamo dirigere la nostra attenzione, secondo l'intenzione di Dio, il nostro impegno secondo l'impegno di Dio, direi, le nostre energie secondo la legge intrinseca alla vita soprannaturale. Quindi l'esigenza di cercare questo resto, cercare questo lievito, cercare questa chiesa viva e quindi attraverso la strategia del gruppo o altre strategie, ma con la coscienza di sicurezza che nella chiesa locale non siamo mai soli, che abbiamo alle nostre spalle la realtà che chiamiamo diocesi; varrà poco, ma è una realtà importante, su cui dobbiamo fidare e su cui dobbiamo appoggiarci. E dobbiamo tutti insieme studiare il mezzo perché la diocesi, non solo come centro, ma tutta la diocesi sia sempre di più questo punto di appoggio, punto di sostegno, sia sempre più questa chiesa che è strumento di salvezza per molti.

C'è la realtà del vicariato: non è un'entità territoriale, giuridica; è una realtà di comunione presbiterale, di comunione di fedeli, di religiosi, religiose, che dovranno sempre più tradurre questa comunione ecclesiale in un'azione concorde, sussidiaria per tutto il vicariato e per tutta la zona. Si fanno tanti gemellaggi: - per carità non voglio portare delle novità senza senso perché non fare qualche "gemellaggio" tra le parrocchie, nel senso di mettere insieme quel resto, che corrisponde a poche cifre numeriche, ma che possono essere significative per le comunità a cui sono destinate?

Le difficoltà sono nella natura delle cose

Mi pare, ripeto, che ci sia la coscienza di queste esigenze insite nella natura del Cristianesimo, della Chiesa e quindi dell'apostolato. Indubbiamente ci troviamo dinanzi alle difficoltà. Anche qui le difficoltà sono nella natura delle cose. Abbracciare, seguire Nostro Signore Gesù Cristo, lasciarsi prendere da Nostro Signore Gesù Cristo, e da Nostro Signore Gesù Cristo crocifisso, in un mondo di benessere, come l'attuale, e anche se non fosse un mondo di benessere, ma rispetto alla nostra tendenza fondamentale che sfugge al sacrificio, all'impegno, alla costanza, sono difficoltà che sono dentro. Poi ci sono delle difficoltà più esteriori, direi, più storiche. Mi riferisco alla difficoltà di entrare con animo libero, con sicurezza e con fiducia nella prospettiva della nuova catechesi, non soltanto quella degli adulti. E' la difficoltà del modo di concepire e di proporre la Rivelazione e il contenuto della Rivelazione.

Qualche voce qua e là si è levata durante questa settimana per reclamare ancora il catechismo di Pio X. Vuol dire che il Concilio è passato inutilmente, vuol dire che la svolta impressa dal Concilio specie nella "Dei Verbum", nel modo di concepire la Rivelazione, il suo contenuto e il modo di proporla agli uomini di oggi è come se non fosse stato detto.

E c'è la difficoltà che nasce dai manuali di teologia, che a volte vorrebbero dettare la sistemazione dei contenuti e i metodi della proposta della Rivelazione cristiana. C'è una dimenticanza di tutto quello che è stato ed è il rinnovamento biblico, il rinnovamento liturgico ed ecclesiale. Il Concilio Vaticano II in una trattazione molto diffusa, la più diffusa di tutti i documenti, la Lumen Gentium, dà della Chiesa una descrizione che non corrisponde alla definizione del catechismo di Pio X e alla definizione dei manuali di teologia. E' difficile fare questo passaggio, ma è richiesto: c'è un Concilio di mezzo e ci sono tre papi di mezzo. Occorre superare questa difficoltà di ordine storico.

Poi c'è un'altra difficoltà, che rendo con un' espressione efficace di don Pino Scabini; è la difficoltà che nasce da coloro che nella chiesa e nella catechesi in particolare, "fanno del giardinaggio", cioè non fanno la proposta cristiana. Mi riferisco non a tutti, ma a parecchi; forse i campi-scuola, le attività di gruppo, corsi occasionali, anche incontri di preparazione delle cresime e delle prime comunioni con i genitori per impegnarli maggiormente: si fa del "giardinaggio". Ci si preoccupa della composizione del gruppo da un punto di vista psicologico, affettivo, con la preminenza dei temi dell'amicizia o di altri temi simili, nei quali Gesù Cristo passa per la tangente. Oppure attività disorganiche che non portano necessariamente a quello che è il fuoco della rivelazione cristiana, il centro, il motivo, il sostegno, la ragione, cioè a Gesù Cristo. Ci si gira intorno. Sono magari temi cristiani, ma non è catechesi.

E veniamo a quella che sarà una difficoltà nuova, quella della catechesi dei giovani. Il nuovo catechismo non è un fascicolo a fumetti, non è un libro di facile lettura. Io mi permetto di dire e di proporlo come libro di studio e nutro molta fiducia che specialmente i sacerdoti, tanto quelli anziani come quelli giovani e poi tutti i religiosi e i laici, attraverso lo studio di questo catechismo, dell'impianto di questo catechismo, saranno molto aiutati a cambiare mentalità e a prendere le cose sul serio. E' tempo di arare in profondità. Ora qui c'è un aratro; ma bisogna arare prima, ma per noi stessi, direi quasi per esaminare il nostro cristianesimo, per vedere fino a che punto corrisponde ai dati della Rivelazione, fino a che punto è cristologico e cristocentrico e quindi ecclesiologico e impegnato. Che ognuno prenda il suo impegno

Direte: - tutte cose facili a dirsi! Lo ammetto. Bisogna che ognuno prenda il suo impegno, senta le sue responsabilità e faccia quello che dipende da lui, a cominciare dal Vescovo. E io chiedo il vostro sostegno di preghiera e di collaborazione; chiedo la collaborazione di tutti i sacerdoti, i religiosi,i laici e i giovani che hanno frequentato questa settimana. Il discorso dovrà continuare, ma ci vogliono gli strumenti per la sua continuazione. E io vi assicuro che non sono stato con le mani in mano l'anno scorso a questo riguardo. Ho cercato, ho pregato Dio e gli uomini e credo di essere al punto buono per poter organizzare un'attività di propulsione, di sostegno, di diffusione di questi principi, di queste prospettive, in modo che possano arrivare efficacemente in tutta la diocesi e nelle parrocchie. Ma mi dovete dare tutta la vostra collaborazione.

Al centro ci dev'essere una persona incaricata; ma in tutti i vicariati ci dev'essere un sacerdote competente e disponibile con sacrificio di altri settori della vita di ministero. Qualche parrocchia - specialmente le grandi che hanno due curati -, dev'essere disposta ad avere un curato a metà servizio, anche a un terzo di servizio, perché il resto di tempo e di energie le deve dedicare al vicariato, in collaborazione con l'azione che dev'essere studiata insieme per portare avanti il discorso. Guardate che questo non dipende dal Vescovo, non dipende dalla curia, dipende da tutti quelli che prendono a cuore la priorità di tutta l'azione catechistica, e che siano disposti perciò a fare rinunce e sacrifici. Una collaborazione più stretta tra le diverse parrocchie e tra i diversi sacerdoti di un vicariato può supplire a molte cose.

Poi ci dev'essere un impegno di collegamento, il collegamento tra i giovani specialmente, tra le famiglie. Questi organismi devono essere favoriti, ma non perché ci siano organismi in più, ma perché quello che si fa circoli, ma perché quelli che lavorano siano confortati, ma perché le difficoltà comuni siano portate insieme, in comune, secondo uno stile veramente ecclesiale. E allora credo che il nostro discorso andrà avanti. E se il Signore vuole che ci vediamo tra un anno - con questo tipo di settimana o con un altro tipo di settimana - potremo constatare insieme che abbiamo camminato nel nome del Signore. E così sia.

ST 289 Settimana 79 - Approfondire la catechesi
Stampa: Rivista diocesana, Luglio- Agosto 79 pagg. 309-311
Gli Atti della Settimana su CD 1979 SETTIMANA nella biblioteca privata del vescovo