La povertà in vista di un servizio
da rendere ai poveri

Istanbul, 6-11 febbraio 1972 per le suore della scuola italiana

Mons. Carlo Ferrari
Mons. Carlo Ferrari

Affrontiamo il tema della povertà. Seguire Gesù importa abbandonare tutto. Essere poveri è la condizione per poter realizzare la sequela di Gesù nella vita religiosa: poveri secondo l’insegnamento e l’esempio di Gesù.

Gesù ha proclamato: “beati voi che siete poveri perché vostro é il regno dei cieli. Così si legge in Luca. Marco dice chiaramente: “Beati i poveri”. Matteo dice: “Beati i poveri in spirito” Sono tre modi per dire una cosa sola. La povertà proclamata da Gesù, specificata da Matteo, e così riferita dagli altri evangelisti, ci pone dinnanzi al problema della povertà.

Il problema della povertà, come é presentato nell’insegnamento e nella vita di nostro Signore Gesù Cristo, ha radici nell’Antico Testamento.
Nell’Antico Testamento la povertà materiale, la povertà sociale non era considerata un valore, anzi, Iddio soprattutto all'inizio della storia di Israele, lega la sua benevolenza al dono dei beni materiali e promette beni materiali a coloro che gli sono fedeli. Il popolo di Israele soltanto così intendeva le benedizioni di Dio, ed é questa la benedizione della terra promessa che Dio prepara e dà al suo popolo. Ma a mano a mano che lo sviluppo culturale e la capacità spirituale del popolo si eleva e progredisce,la terra promessa, i beni vengono sempre di più identificati dai profeti come beni spirituali, come beni del Regno.

Anche ai tempi di Gesù, i beni del Regno futuro erano intesi come restaurazione del regno temporale di Israele, perso da tanto tempo. Non ci sono le idee molto chiare neppure nei contemporanei di Gesù, che vivono nel tempo del maggiore sviluppo culturale e spirituale di Israele.

Nel Vecchio Testamento c’é il tema dei poveri di Javé. Veramente qui, i poveri: - sono coloro che di fronte a Dio si sentono come dei mendicanti, - sono coloro che dipendono totalmente della sua benevolenza, - sono coloro che ripongono unicamente in Lui la loro fiducia, perché sanno di non potersi appoggiare negli altri e nelle cose che non siano le cose di Dio. Sanno di non poter avere nessuna garanzia.
In un certo qual modo, questi principii coincidono con la beatitudine della povertà riportata da Luca, che é sulla continuazione del pensiero israelita.

Di fatto, Gesù come pratica la povertà? Gesù, oltre a predicare la povertà in un modo positivo chiamando beati i poveri, predica la povertà anche in un modo negativo facendo rilevare come è difficile, se non impossibile, per i ricchi entrare nel regno dei cieli. "E’ più facile che un cammelo passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli". Al giovane che chiede cosa deve fare per essere perfetto, Gesù risponde: "Va, vendi quello che hai, dallo ai poveri, poi vieni e seguimi". Quindi Gesù mette come condizione anche una povertà sociale.

Di più. Gesù ci dà un esempio concreto di povertà. A chi gli domanda dov'é la sua casa, risponde: gli uccelli dell’aria hanno un nido, le volpi hanno la tana, il figlio dell'uomo non ha un pietra su cui poggiare il capo. E’ l’estrema povertà di nostro Signore Gesù Cristo! Non soltanto per nascere egli sceglie una condizione povera. Povera é la famiglia. Povere sono le condizioni della sua esistenza privata e pubblica. Quindi, nostro Signore Gesù Cristo fa una proclamazione molto forte tanto con le parole come con i fatti del valore della povertà.

La povertà negli Atti degli apostoli.
Abbiamo già letto un testo molto indicativo riguardo a quello che vogliamo dire questa sera. Abbiamo sentito che "non vi era alcun bisogno fra loro...si distribuiva a ciascuno secondo il bisogno. C’é un’altra espressione di povertà. Mettono tutto in comune perchè tutti abbiano il necessario non ci siano più i bisognosi tra di loro. E’ un'interpretazione della povertà dei primi discepoli di nostro Signore Gesù Cristo, viventi ancora gli apostoli.

Come si sono realizzate queste cose nella chiesa? Vi ho accennato che oggi la povertà religiosa é una questione spinosa. Ve lo confermo ancora. Noi troviamo nella storia della vita religiosa tante e diverse manifestazioni di povertà, tante interpretazioni del pensiero di nostro Signore Gesù Cristo - interpretazioni non tutte vere- e manifestate e vissute in modo diverso. Il modo diverso può essere dato dalle circostanze. Non dobbiamo pensare che siano le circostanze che hanno determinato le forme di vita, ma che sia stata l’ispirazione evangelica che ha ispirato queste forme. Ci troviamo davanti alla povertà monastica, da quella francescana a quella di S. Francesco De Paoli.

La prima povertà monastica realizzata specialmente in Egitto e in seguito nel Medio Oriente e quindi in Occidente, consisteva nel fatto che i monaci mettevano tutto in comune e soprattutto mettevano in comune il loro lavoro. Lavoravano infatti in tutti i settori delle attività del loro tempo. Lavoravano i campi che erano proprietà del monastero, avevano officine proprie nel loro interno, e da quello che ricavavano dal loro lavoro vivevano i monaci e mantenevano i poveri. Qui il modo di aiutare il povero era vario: accogliere i pellegrini e i mendicanti, assistere gli ammalati, accogliere coloro che vogliono studiare.

Noi abbiamo le grandi abbazie benedettine, centri di studio specialmente nel medioevo.
Quindi la povertà la vivevano individualmente: personalmente non possedevano e ciò che derivava dal loro lavoro era destinato ai poveri. Poi, nell’ambito del modo di concepire la povertà, ci sono state tante deviazioni come avviene sempre nella storia.

La povertà di san Francesco. Mentre la povertà monastica é sulla linea della povertà degli apostoli e quindi della comunità cristiana di Gerusalemme, la povertà di san Francesco si ispira agli esempi e alla persona di nostro Signore Gesù Cristo. San Francesco non ha sposato la Povertà. San Francesco ha sposato Dio, e per poter dire con verità “padre nostro” si é spogliato anche degli abiti di suo padre e si é ostinato a non possedere mai niente. C’erano i luoghi dove vivevano i frati ma erano capanne o casupole e non certamente dei conventi.

Siamo in Turchia ed interessantissimo vedere come si possa essere santi e avere vedute estremamente diverse. Nello stesso periodo storico, San Bernardo predica la crociata contro i turchi, quindi la guerra e si forma nella cristianità la coscienza che tante teste di turchi si tagliavano, altrettanti meriti si acquistavano per la vita eterna.

San Francesco si propone di arrivare fino dal Saladino per perorare la causa dei cristiani e della religione e nel tentativo di convertire anche il sultano. Un atteggiamento estremamente diverso! Mi pare che, dopo questa impresa, ritornato in Italia, trova che i frati hanno costruito i conventi e allora si ritira con “pochi” a vivere il suo ideale di povertà. Egli vuole essere soltanto di Dio e vuole dipendere in tutto e per tutto da Dio. Diventa un mendicante e si accontenta di quello che la gente gli dà: pane e qualche volta le legnate. Francesco prende quello che il buon Dio gli manda ed ivi é la sua perfetta letizia.

Notate bene che il modo di concepire la povertà di san Francesco é stato realizzato da lui stesso, e che il primo che gli succede cambia subito le cose! I Diversi pontefici sostengono frate Elia e non frate Francesco che giudicano una persona che propone una idea irrealizzabile. Lo stesso capita a santa Chiara. A mano a mano che si va avanti, madonna povertà diventa sempre più un ideale ed una realtà vissuta dai francescani.
I cappuccini hanno voluto ritornare alla antica osservanza. Nei pressi di Camerino c’é il primo convento dei cappuccini che, così come é conservato ancora oggi, fa venire la pelle d’oca a pensare di dover vivere in quell’ambiente. Lì c’é di nuovo il tentativo di vivere la povertà secondo il vangelo. L'ispirazione creatrice, lungo il tempo, si logora come un vestito allora si mettono le toppa, lo si adatta, ma non é più quello di prima.

San Vincenzo de Paoli, ispiratore di tutti gli istituti di vita attiva, vi riguarda perché mi pare che il vostro istituto si ispiri a lui. Prima di lui la vita religiosa femminile era solo la vita di clausura. San Vincenzo dice alle sue figlie della carità che devono vivere il cristianesimo come le buone cristiane e perciò devono avere come cappella la chiesa parrocchiale, come casa il luogo dove svolgevano le loro attività e devono vestire come vestono le donne modeste del loro tempo. Le Figlie della carità potevano avere in proprio solo la casa di formazione. San Vincenzo segna così l’inizio della realizzazione della vita religiosa attiva, e quindi dell’attuazione della povertà negli istituti di vita attiva.

Adesso, di fronte ai vari modi di concepire la povertà nella vita religiosa, che cosa si può dire?
Non si può dire che viviamo la povertà come la vivevano i monaci.
Non si può dire che viviamo la povertà come l’ha proposta san Francesco.
Non si può dire che viviamo la povertà come l’ha proposta san Vincenzo.

Credo che bisogna andare a cercare una ispirazione evangelica autentica, ma originale per i nostri tempi. Dico molto sommessamente che bisogna intendere bene che: altro é la povertà sociale, altro é la povertà religiosa. Non confondiamo la povertà sociale, la condizione di povertà, e la povertà religiosa.

La povertà sociale é un male da combattere per gli altri e quindi anche per noi stessi. La povertà evangelica non é la povertà sociale. La povertà evangelica non é la mancanza del pane, del vestito e della casa, però anche questa affermazione non la si può prendere in un modo assoluto quando i poveri sono un fatto concreto.

La povertà religiosa deve realizzare l’assoluto che é Dio, Gesù Cristo, il suo Regno. Io devo trovarmi nella condizione di essere libero e non inceppato, - per poter essere tutto di Dio, - per poter seguire nostro Signore Gesù Cristo, - per essere un “segno” del Regno dei cieli che non si identifica con il regno di questa terra.

Dal momento che la vita religiosa é una espressione della vita della chiesa, secondo l’indicazione delle prime comunità cristiane che si ispirano alla comunità di Gerusalemme, e quindi secondo l’esempio delle prime comunità monastiche, direi che la povertà religiosa debba consistere nel mettere in comune i beni e in particolare il frutto del lavoro di quei membri dell’istituto che sono in grado di lavorare, sempre in vista di un servizio da rendere ai poveri.

Mettere in comune i beni che ciascuno possiede è molto problematica ai tempi nostri, rispetto alle famiglie. Nel tempo della clausura quando le monache non potevano svolgere un’attività proficua ai fini del sostentamento, per essere "le suore" ci voleva la dote.Da qui derivano i grandi accumuli dei monasteri.

Mi pare che, nella legislazione attuale della vita religiosa ci sia una lacuna che può avere i suoi vantaggi ma anche gli svantaggi. Può avere i suoi svantaggi nel senso che ognuno se ne lava le mani e lascia tutta la responsabilità alla madre economa. Ma questo sottrarsi ad una responsabilità o ad una preoccupazione non é segno di povertà, ma ricerca di una certa comodità. Lavarsi le mani dicendo: ci pensano i superiori e tanto basta non mi pare giusto. Se tutte sono persone adulte, tutte devono prendere la propria responsabilità. Se le suore che non hanno mai trattato problemi economici, dovessero ingerirsi nella gestione amministrativa di un istituto sarebbe una babele, però, tra la babele di uno stato di “minorità”, di infantilismo, di comodità ed un avvio ad essere corresponsabili nella gestione anche economica dei beni, credo che sia meglio un passo avanti per la maturazione delle persone.

Ne viene di conseguenza che anche l’indirizzo per fare arrivare ai poveri il frutto del lavoro, dovrebbe essere indicato dalla comunità stessa insieme ai superiori - si capisce - perché non si concepisce una comunità se non ci sono i superiori. Tutti dovrebbero decidere. Invece, in quanti istituti capita che di punto in bianco sorge un edificio per chissà quale fine e le suore non sanno niente! Poi,le suore che non sanno niente, dicono alle suore degli altri istituti: «noi abbiamo». Voi avete niente perché voi in quelle case ci entrate come i cavoli a merenda! Avete capito? Il mio pensiero può essere discutibile in quanto all’applicazione.

Il tutto in vista dei poveri.
Vorrei chiedere a certi grandi istituti quali sono i veri poveri che essi aiutano con il patrimonio e la rendita del lavoro dei membri del proprio istituto. Mi ha colpito un fatto di Bombey. Ho già detto dello scandalo delle cliniche private, che sono vere industrie produttive e non nel senso di un servizio. Oggi diventa industria che produce anche un orfanotrofio dove, per tutti i bambini, lì raccolti, pagano il comune, la provincia e qualche ente benefico. Il personale è religioso e non è stipendiato... Allora gli orfani rendono... non ricevono un servizio religioso.

I poveri ci sono. Dove esprimiamo la nostra carità con una partecipazione allo stato di povertà di alcuni o di molti dei nostri fratelli? Andando a vivere con loro? Andando a vivere come loro? Per esempio andando con loro a lavorare nelle fabbriche? Le suore toglierebbero il pane a qualcuno che vorrebbe lavorare. Siamo in una situazione di parziale disoccupazione e tutti sanno che per le suore c’é il convento e che per questo sono già al sicuro.

La partecipazione di alcuni membri ad una condizione di povertà,in modo stabile con i poveri, può essere una manifestazione di povertà. Dico che può essere. Non dico che sia sempre così. Tra le istituzioni moderne mi pare che le Piccole Sorelle realizzino questo ideale evangelico. Dico: mi pare, ma anche su questo punto non esprimo un giudizio.

Io pongo la conclusione in questi termini: la povertà religiosa deve essere una povertà evangelica, dal momento che la sequela di nostro Signore Gesù Cristo richiede di essere liberi dall’attaccamento agli interessi materiali, per poter partecipare agli interessi di nostro Signore Gesù Cristo, che sono gli interessi del Regno di Dio.


OM 443 Istanbul 72
Istanbul, 6-11 febbraio 1972