La vita comune


ogni persona é una Parola di Dio
e Dio non si ripete

Istanbul, 6-11 febbraio 1972 per le suore della scuola italiana

Mons. Carlo Ferrari
1972 Cortile della scuola italiana delle Suore di Ivrea ad Istanbul

La prima meditazione di questa mattina vorrebbe essere una applicazione, uno svolgimento di quello che abbiamo detto nei giorni passati sulla vita religiosa che é espressione della vita della Chiesa, tenendo presente che il mistero della Chiesa si realizza nella nostra comunione, analoga a quella della beata Trinità.

La comunione di vita di cui la vita religiosa diventa segno e strumento nella Chiesa e in mezzo al mondo, non é semplicemente un atteggiamento morale ma riguarda proprio la costituzione della nostra persona cristiana. Riguarda il nostro nuovo “essere” per ciò che, di nuovo, Dio ha fatto per noi. Dio ci ha fatto nuove creature. Proprio il nostro essere é cambiato, perché partecipa della Sua stessa natura, della Sua stessa vita. Siamo nati da Dio! Ed é questo il fondamento del nostro modo di comportarci.

Non c’é una morale cristiana che non abbia le sue radici in questa nuova creatura che é il battezzato. Il battesimo ci costituisce figli di Dio e non lo siamo di nome ma di fatto e, se figli anche eredi. Coeredi di Cristo. Se siamo coeredi vuole dire che siamo fratelli fra di noi. Quindi:
- il fatto del volerci bene,
- il fatto dello stare insieme volentieri,
- il fatto di esprimere la gioia di stare insieme
- é costitutivo della vita cristiana,
- é costitutivo della vita della Chiesa,
- é costitutivo della vita religiosa.

La vita religiosa ha l'impegno particolare di realizzare la vocazione del battesimo. Vi esorto dunque, io prigioniero nel Signore, a tenere una condotta degna della vocazione a cui siete stati chiamati, con tutta umiltà e dolcezza, con pazienza, sopportandovi gli uni gli altri con amore, studiandovi di conservare l’unità dello spirito nel vincolo della pace. Un solo corpo e un solo Spirito, come siete stati chiamati ad una sola speranza della vostra chiamata; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio e Padre di tutti, il quale é sopra a tutto, opera in tutto ed in tutto”(Ef 4). Vedete come l’apostolo Paolo, al capitolo quarto della lettera agli Efesini, delinea sostanzialmente il mistero della Chiesa: questo Dio che é Padre, che é sopra a tutto, che opera in tutto ed in tutti; con la sua presenza di Dio, con la sua azione di Padre Figlio Spirito Santo, ci chiama alla comunione di vita con sé e perciò ad una comunione di vita tra di noi

Ecco il mistero! Ecco la realtà in cui siamo dentro! Ecco la realtà in cui la vita religiosa tenta di immergersi, per attuare il progetto di Dio che ci salva in nostro Signore Gesù Cristo per l’azione dello Spirito Santo!

Siamo sempre al punto! Negli atti degli Apostoli si ha una descrizione un po’ idealizzata della Chiesa dei primi giorni. Perché dico idealizzata? Lo dico perché ciò che si trova scritto negli Atti degli Apostoli in un modo, altrove é descritto nel suo realismo ci sono anche gli aspetti negativi. Il primo peccato che s'incontra é la bugia che viene colpita in un modo terrificante. Di seguito ci sono altri particolari che non sono edificanti. Quello che si trova scritto negli Atti é una meta a cui bisogna tendere e non il punto di partenza.

Quelli, che accolsero la Parola di Dio furono battezzati e in quel giorno il numero dei discepoli aumentò di circa tremila. Essi erano assidui all’insegnamento degli Apostoli, alle riunioni comuni, alla frazione del pane e alle preghiere. Tutti erano presi dal timore e molti segni e miracoli compivano gli Apostoli e tutti quelli che credevano stavano insieme e avevano tutto in comune e vendevano i loro beni e ne distribuivano il prezzo tra tutti secondo il bisogno di ciascuno ed erano assidui nel frequentare ogni giorno tutti assieme il tempio e spezzando il pane nelle loro case prendevano cibo con gioia e semplicità di cuore lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore aggiungeva alla stessa assemblea gente perché si salvasse. (...) Notate che non erano gli Apostoli che aggiungevano altra gente, ma il Signore.

Questa vita comune! Oggi si parla tanto di comunità. E’ un bene. Oggi si fanno molte esperienze comunitarie. Anche questo é un bene. E’ una esigenza particolarmente sentita dai giovani? Vuole dire che questi giovani che rifiutano la guerra, il servizio militare e si interessano al terzo mondo hanno capito qualche cosa di essenziale. Sono segni positivi anche se nell’applicazione - come del resto in ogni applicazione - ci sono deficienze, deviazioni, cose da correggere, da approfondire o da rifiutare.

Il primo avvertimento a cui ho già accennato, è che non bisogna idealizzare le cose. Non dico di non avere ideali o di non coltivare l’ideale della vita comunitaria, della vita di gruppo, dell’amicizia. No. Questi sono ideali umani, cristiani, ecclesiali, religiosi. Però, l’ideale cozza sempre contro la realtà, cioè contro tutte le persone che sono soggette al peccato che quindi, sono soggette ad essere se stesse con i loro limiti e con i loro pregi. Qui é il primo scoglio. Forse noi non ne teniamo sufficientemente conto.

Il nostro buon Dio ha una fantasia incontenibile ed infinita e si esprime nel mondo delle creature con una varietà irrepetibile e sorprendente. Non c’é una stella uguale all’altra. Non c’é un fiore uguale all’altro - anche se è della stessa specie - e ci sono miriadi di fiori. Non c’é una goccia simile all'altra. Non c’é riflesso simile ad un altro. Questo indica la ricchezza di Dio, l’incontenibile espressività della sua infinita sapienza e bellezza.

Cosa c’entra questo con la vita comune? C’entra in un modo essenziale. Ciò che si riscontra in tutto il creato, nella parte più bella del mondo, nella parte più viva del creato, si riscontra nella persona umana nel senso che la persona é il fine di tutta la creazione. Ogni persona é una Parola di Dio e Dio non si ripete. Perciò ogni persona ha una sua fisionomia che non si ripete più. Ora, se Dio si esprime così, noi dobbiamo rispettarlo o no? Questo é fondamentale per affrontare il problema della vita comune.

Se ci ha dato una fisionomia fisica una diversa dall’altra, quanto più questa fisionomia é caratteristica ed unica per ogni persona in tutto il suo essere! Più si va nell’intimo dell’essere di ogni persona, più si trova una distinzione. Non si può ridurre ad una unica immagine! Questo é importante. Conseguentemente ognuno ha la sua personalità, ha il suo carattere, il suo temperamento, i suoi gusti, i suoi difetti. E i “giusti” di un altro possono essere un “fastidio” per me.Così il temperamento degli altri può essere agli antipodi del mio temperamento. Se noi dimentichiamo questo, non affrontiamo realisticamente il problema della vita comune.

Ogni persona viene espressa dall’atto creativo di Dio e dall’atto salvifico di Dio. Ad ognuna é data una misura di grazia secondo il beneplacito di Dio. Ritengo che questa espressione di san Paolo, che non ripeto letteralmente, vada intesa così: - ad ognuno é data una misura di grazia - secondo la fisionomia di ciascuno, - secondo il concetto con cui Dio si esprime in ciascuno, - non nel senso che ad uno ne ha dato qualche cosa di più e ad un altro qualche cosa di meno. Sono sicuro nell’affermare che: ad ognuno Iddio ha dato la grazia corrispondente alla sua personalità, corrispondente al “taglio che deve avere quella pietra” per stare al suo posto nell’edificio, che Egli vuole costruire. Se uno é pietra da fondamento é inutile che pretenda di diventare pietra da ornamento e viceversa.

Un altro pensiero.
C’é stato un certo zelo nel dire che noi dobbiamo imitare i santi. Io direi con altrettanto zelo che non dobbiamo imitare i santi. Certamente devo guardare i santi,devo imitare i santi in quanto mi propongono una realizzazione concreta della vita cristiana, però la loro realizzazione é un fatto personale che non mi riguarda. Io voglio essere santa Teresina! Io voglio essere santa Teresa la grande! No. Tu devi essere nostro Signore Gesù Cristo, che assume tante espressioni quanto é ricco il suo mistero. San Francesco non é san Domenico. Santa Chiara non é santa Caterina e non ci saranno più una santa Chiara e una santa Caterina in tutta la storia della umanità, in tutta la storia della Chiesa.

Tra le letture che io propongo ci sono le biografie dei santi con senso storico e possibilmente scritte bene. Ma, quando le leggi, non devi dire: - farò anch’io così-. Il Signore non ti ha fatto così e non ti chiede di fare così. Tu devi essere te stessa e realizzare te stessa in un altro modo. Capite che ci troviamo di fronte a un problema serio?

La vita comune, la vita di amore vicendevole, incomincia dal momento in cui accettiamo gli altri così come sono, e abbiamo la cura di rispettarli e di amarli anche con i loro difetti morali. Non é detto che dobbiamo amare i loro difetti morali. Non é detto che dobbiamo favorire i loro difetti morali. Dovremo aiutarli... Però,con discrezione! Eh!.. Senza zelo..! Ma con una grande pazienza, senza proporci di convertire, perché abbiamo più bisogno noi di convertirci nei riguardi del buon Dio, di quanto ne abbia bisogno un altro di convertirsi da un difetto!

Se amiamo una persona, dobbiamo amare anche i difetti di quella persona. Me la prendevo con uno dei miei seminaristi di teologia il quale si era fatto crescere la barba. Ho tentato di convertirlo e, siccome lui era attaccatissimo alla mamma, gli ho detto: - quando vedrò la tua mamma, mi lamenterò con lei-. Sissignori! Quando ho trovo la sua mamma, che non era contenta che portasse la barba, mi ha detto:- “ sa,..la barba di mio figlio...io adesso voglio bene anche alla sua barba”. Dobbiamo amare anche i difetti delle persone.

San Paolo ci dice al capitolo quattro della lettera agli Efesini: bisogna portare il peso gli uni degli altri. Non si tratta di prendere il peso degli altri nel senso che se uno ha dei fastidi bisogna stargli vicino e consolarlo. No. Significa questo: uno mi é pesante perché non mi piace, mi é antipatico, non mi garba? Io me lo porto! Ecco dove la via comune diventa segno, diventa mistero. Il mondo direbbe: perché lo fanno? Perché sanno che c’é un Padre al di sopra di tutti, in tutti, con tutti, e opera in tutti.

Prendere le persone come sono e sopportarle come sono. E’ naturale che tra tante persone ce ne sia una con la quale ci si intende più profondamente. Non é detto che, questi due o queste due o questo uno e questa una siano uguali. Possono essere complementari. Ne viene di conseguenza che nasca una amicizia. E’ cosa buona l’amicizia? Addirittura si dice: chi trova un amico trova un tesoro. Dovrebbe essere naturale che l’amore cristiano, che l’amore fraterno sfoci nell’amicizia, ma mettiamo subito il limite all’amicizia.

Non ci può essere una comunità, anche di tre persone, che siano tutte e tre delle vere amiche. Andranno d’accordo. In un gruppo di dieci, ce ne saranno tre... In un gruppo di venti può darsi che.... la cosa più normale ... ci siano tre gruppi di amicizia. Questo é auspicabile che accada. Ma, quando l’amicizia é autentica? E’ difficile a dirsi perché il fatto dell’amicizia é un fatto irrepetibile. Due veri amici si scontrano almeno tre o quattro volte al giorno, perché ognuno ha la tendenza giusta a rimanere se stesso. Se i due si “impuntano” non c’é più amicizia.

L’amicizia deve nascere come istinto di essere se stessi, perciò non é un idillio. Sì, ci può essere anche il momento idilliaco dell'entusiasmo, ma passa presto e si stabiliscono dei rapporti che impegnano. Il primo segno di amicizia autentica é questo: si diventa più impegnati a diventare se stessi e a fare bene ciò che ognuno deve fare. Il segno di autentico amore fra un ragazzo e una ragazza, sta nel fatto che maturano in se stessi un tale senso di responsabilità per cui sentono di avere in mano la propria esistenza con tutte le conseguenze e si impegnano in ordine al proprio avvenire. Non saranno costanti. Non riusciranno ma ne sentono l’impegno. Così deve essere l’amicizia.

Una amicizia autentica porta, come conseguenza, un maggiore interessamento per gli altri. Non sono due che si incontrano e da quel momento non esiste più il resto del mondo. E’ un incontro per scoprire il mondo, per scoprire gli altri, per vedere il mondo e scoprire gli altri in due, per essere in due a fare qualche cosa per gli altri. In una comunità, una vera amicizia é una benedizione, é un bene per tutti, di cui tutti devono godere. Non é che tutti devono godere delle confidenze dei due amici, ma devono godere del frutto e dell’impegno che nasce dall’amicizia. Conseguentemente ne deve derivare - da una vita che tende alla comunione - un senso di soddisfazione che trabocca nella gioia di stare insieme.

La gioia di stare insieme é un punto delicato della vita spirituale, ed ha una importanza considerevole sull’andamento della vita comune. Io vi darei come punto di proponimento da compiere all'inizio di ogni giornata, di togliere dal vostro spirito ciò che é cagione di tristezza, di insoddisfazione, di malumore, perché possiate essere una espressione di contentezza. Naturalmente tutto questo richiede un lavoro di natura cristiana soprannaturale, per andare a scoprire le ragioni profonde del nostro essere contenti.

La radice profonda consiste nella certezza che Dio ci vuole bene. Se non ho il sorriso di questa o di quella consorella, io ho il sorriso del Padre mio che sta nei cieli. Se non godo dell’amicizia o della simpatia di questa o di quell’altra consorella , io godo della amicizia e della simpatia del Padre mio che sta nei cieli. La motivazione profonda dovrà attingere a questa sorgente. Ci potranno essere anche motivazioni immediate personali ma bisogna arrivare qui. Ripeto: é un punto importante per poter sopportare la vita comune.

La vita comune diventa una gioia in quanto si abbraccia con coscienza per amore di Dio. La gioia che deve brillare, diventa l’evidenza di ciò che noi siamo. - Abbiamo coscienza di appartenere alla famiglia del Padre che sta nei cieli? - Abbiamo coscienza che Dio ci ha salvato per mezzo del suo Cristo e che Cristo ci ama fino a morire per noi? - Abbiamo coscienza che ci é stato dato lo Spirito?
- Abbiamo coscienza che il nostro Padre é il Padre di quella “antipatica? - Abbiamo coscienza che Gesù é morto per quella “faccia” che io non posso vedere? - Abbiamo coscienza che lo Spirito abita in quel cuore, che per me non vibra assolutamente?
Se abbiamo coscienza di queste realtà, noi dobbiamo essere delle persone contente.

L’insoddisfazione si traduce, poi, in solitudine. La solitudine è un tarlo che corrode molte vite sacerdotali e religiose. I sacerdoti aspirano alla vita comunitaria per togliersi dall’isolamento. Io vorrei che riflettessero. Quante volte nelle comunità religiose c’é solitudine! Voi che vivete in comunità, vedete di fare fruttificare il dono dello Spirito che é la gioia, cercate di togliere tutte le pietruzze e le spine che impediscono la gioia. Quali sono le sorgenti alle quali attingere, per avere la capacità di vivere insieme, stare volentieri insieme e con gioia?

La sorgente è Dio stesso attraverso la sua Parola, la sua Grazia, la sua Eucarestia, attraverso una certa porzione di Chiesa. La Chiesa è nello stesso tempo: ciò che si deve fare e ciò con cui si fa. La Chiesa é nello stesso tempo: mistero e mezzo per edificare. La comunità deve essere un mezzo per alimentare la vita comune perché nella comunità, oltre alle persone che conosciamo, c’é il Padre, il Figlio lo Spirito Santo. In se stessa - la comunità come tale- porta questa sorgente di vita comunitaria, perché la Trinità santissima è sorgente e modello della nostra unità.

La Parola di Dio è sorgente. La Parola di Dio ha come primo scopo di convocarci perché stimo insieme. Questo lo fa per tutti gli uomini. Nella Presbiterorum Ordinis é scritto: il ministero della Parola ha lo scopo di convocare. Al termine della meditazione io devo considerare che cosa la Parola di Dio mi chiede perché io possa vivere comunitariamente, perché io possa stare volentieri con le mie sorelle. Non insieme a quelle che mi piacciono, ma con tutte quelle con le quali vivo!

Cosa importa che le insegnanti vogliano bene ai loro alunni quando non si vogliono bene tra di loro? Il segreto di una azione educatrice sta nell’unità della comunità degli educatori. Questo non impedisce di avere punti di vista diversi. Si deve trovare il modo di armonizzare i punti di vista e nessuno deve pretendere di valere più di un altro. Tanto meno i principi devono valere più delle persone. L’assoluto é soltanto Dio e la persona! Non c’é nessun principio sopra Dio e sopra la persona.

Se qualche volta si inciampa contro il diritto canonico o contro la santa regola, bisogna fermarsi e analizzare con occhio critico per vedere se non sia il diritto canonico o la santa regola che non sono rispettosi della dignità e della libertà della persona umana. Quanto alla libertà ci sarebbe da fare un lungo discorso.

La penitenza é sorgente.
La confessione è in ordine alla salvezza. Noi abbiamo bisogno di essere salvati. Se il sacramento della penitenza é un momento forte in cui Dio, nel suo Cristo, nello Spirito. opera la mia salvezza, perché non mi debbo servire di questo mezzo? Al sacramento della penitenza ci si accosta con l’atteggiamento di chi é convinto di avere bisogno di essere salvato da nostro Signore Gesù Cristo. Al sacramento della confessione ci si accosta con l’atteggiamento di chi conosce che quello è il punto di incontro tra la morte in croce di Gesù Cristo e la propria persona che ha bisogno di essere liberata dal peccato. Non dai piccoli peccati, ma dal peccato! Allora ci si prostra! Allora si implora la misericordia di Dio che in quel momento é accordata.

L’eucaristia è sorgente
Mangiamo un unico pane, perché non dovremmo essere un unico corpo? Sento dire: faccio la comunione per questo o per quello. No. La comunione é per la comunione. Conseguentemente ne viene che noi dobbiamo essere: - persone aperte ed accoglienti, - persone che fanno spazio agli altri, tra di noi e intorno a noi, - persone che lasciano vivere, e non sono soffocanti, - persone che accolgono tutti nella misura della propria capacità di accoglienza, perciò col desiderio di essere accoglienti. Se dove sono due o tre c’é Gesù, io devo essere subito là dove c’é Gesù. Se c’é un “poveretto” che é solo, ancora di più sarò là, perché “tutto quello che avrete fatto a uno di questi miei più piccoli lo avrete fatto a me”. Dobbiamo essere attente. Non attente ai difetti. Attenti alle necessità dei fratelli e delle sorelle, quindi premurosi, preventivi.

Operatori di unità.
Quando dico una parola ad una sorella, quando dico una parola su una sorella, io opero nel senso dell'unificazione o della divisione? Qui ci vuole un'attenzione particolare. Qui bisogna essere molto seri, molto impegnati, molto adulti. Sono i bambini che vanno continuamente dalla mamma. Bisogna togliere questo senso di infantilismo che c’é in certi ambienti.

OM 440 Istanbul 72

Istanbul, 6-11 febbraio 1972