Il Concilio ha questa espressione:


la vita della Chiesa dipende
anche dalla santità del Vescovo

Seminario 19 ottobre 1970 ai seminaristi

Mons. Carlo Ferrari
Mons.Carlo Ferrari (foto Giovetti Mantova)

Sapete il motivo per cui celebriamo assieme questa sera l'eucaristia. Tre anni fa, oggi, la mia vita cambiava corso e circa tre anni fa da questo stesso posto io vi vedevo la prima volta, vi salutavo e celebravo con voi.

Che cosa vi devo dire questa sera? Sarebbe normale fare un esame di coscienza. Ma lasciate che lo faccia davanti al Signore e lasciate che mi affidi alla sua misericordia e pregate perché la misericordia di Dio verso la mia povera persona sia sempre grande. Posso dire in questo momento com'è stata grande nel passato. Indubbiamente potrò averne bisogno anche di più e perciò faccio affidamento ancora sulla vostra preghiera.

Piuttosto mettiamoci, tutti insieme, con semplicità davanti alla Parola di Dio, questa Parola di Dio che è proposta a noi sempre con tanta abbondanza e con tanta ricchezza,questa Parola di Dio che stasera ci richiama al senso della nostra esistenza, che non è quello di accumulare dei beni su questa terra, ma di accumulare il bene che dura, che non si consuma, il bene che ci possa seguire sempre, che diventa il bene della nostra persona, che diventa la nostra stessa persona arricchita da questo bene. E ricordiamo che tutto questo avviene per la grazia del Signore.

Avete sentito San Paolo che descrive la nostra condizione al di fuori di nostro Signore Gesù Cristo, al di fuori della grazia, al di fuori della fede e poi cambiando il tono del suo discorso, con il senso di gratitudine che vuole comunicare ai suoi lettori, sottolinea la misericordia di Dio, la grande carità con cui ci ha amati: morti come eravamo per le nostre colpe ci ridonò la vita in Cristo.

Insisto: "Per grazia siete stati salvati" e ormai la nostra esistenza è legata a tutto il mistero di Gesù Cristo, al mistero della sua Incarnazione, al mistero della sua glorificazione nei cieli. Noi abbiamo già un anticipo di tutto questo nel nostro Battesimo, nel dono dello Spirito Santo che ci conforma a nostro Signore Gesù Cristo, che ci conforma al senso dei suoi misteri, al destino della sua stessa esistenza. Noi abbiamo già un posto in cielo, perché in noi è già incominciata la risurrezione, la vita nuova, perché noi siamo nuove creature.

"Per la grazia, infatti, siete stati salvati, mediante la fede, e questo non da voi, ma è dono di Dio, non per le opere perché nessuno abbia a vantarsi". Noi siamo, infatti, creature di Dio, creati in Gesù Cristo in ordine alle opere buone, predisposte da Dio perché noi ci salvassimo. Noi siamo nel vivo di questa realtà operante nel mondo, nascosta al mondo, rivelata agli occhi della fede e noi siamo quelle persone che debbono acquistare la capacità di vedere quelle cose che non si vedono, quelle cose che non si toccano con la mano e di testimoniare queste cose dinanzi ai nostri fratelli e di annunciarle a loro.
Ecco, queste parole e questa realtà stasera fanno una grande impressione al Vescovo. Il Concilio, come forse ho già detto altre volte, ha una espressione,che anche se è limitata nel contesto in cui e scritta, tuttavia ha una portata schiacciante: la vita della Chiesa dipende dalla santità del Vescovo.

Miei cari, stasera io mi presento davanti a voi con il senso di questa responsabilità. Io non ho pensieri, non ho preoccupazioni, non ho aspirazioni. Tutto quello che faccio, lo faccio per corrispondere a questa responsabilità che grava sulla mia povera persona, perché sono convinto che non dipenderà dai piani di salvezza di azione pastorale, dagli strumenti della pastorale stessa, che io saprò dare o da altre cose.
Quello che deve essere il frutto, la conseguenza della mia presenza in mezzo al popolo di Dio (indubbiamente nulla va trascurato, neppure i piani di pastorale, neppure gli strumenti di pastorale; nulla va tralasciato di quello che può rendere più efficiente il nostro ministero) per me personalmente resta questo impegno il più importante: credere alla potenza della grazia di nostro Signore Gesù Cristo, abbandonarmi alla legge di questa grazia, che è la legge della vita stessa di nostro Signore Gesù Cristo perché in Cristo siamo salvati, perché in Cristo attingiamo la grazia, perché in Cristo siamo nuove creature e perciò ci deve essere quel tale impegno per cui si compie il distacco, si compie la rinuncia giorno per giorno alle case, ai campi, alle persone, soprattutto a se stessi, per seguire nostro Signore Gesù Cristo, ma per seguirlo in un senso molto concreto, cioè lasciare che lui viva nella nostra persona, quindi che lui diventi la" mia" vita, che lui abbia la possibilità di comunicare la sua vita, al punto che io dovrei poter dire a voi questa sera: "Siate miei imitatori, come io lo sono di Cristo".

Tutti noi che abbiamo una vocazione di servizio nei confronti dei nostri fratelli dovremmo raggiungere questo traguardo. Ma il primo a doverlo raggiungere è il Vescovo, perciò questa sera io prego con voi, io questa sera ascolto con voi la Parola di Dio, io questa sera celebro l'eucaristia e chiedo il vostro aiuto per partecipare alla morte di nostro Signore Gesù Cristo, l'aiuto per partecipare alla sua risurrezione, l'aiuto per camminare con nostro Signore Gesù Cristo e portare in dono nostro Signore Gesù Cristo vivente nella mia povera persona.

Compatite queste parole che vi ho detto, perché in un certo qual senso hanno bisogno di compatimento, perché mi sento tanto lontano e sento così gravoso questo impegno da dover dire: è facile esprimersi così. Può essere anche una tentazione di un segreto oratorio esprimersi così davanti ai propri fratelli, davanti a voi. Perché non lo sia, ve lo confesso.

Continuiamo la nostra celebrazione.

OM 281 Seminario 70
ai seminaristi, nel terzo anno della sua nomina a vescovo di Mantova
Seminario, 19 Ottobre 1970