Segni e strumenti dell'unico Pastore

omelia
Seconda Settimana Pastorale 24-28 Agosto 1970

Mons. Carlo Ferrari
Mons. Carlo Ferrari fotografo al concilio

Mettiamoci in ascolto del Signore per accogliere insieme alcuni pensieri. Il primo pensiero: Iddio mantiene le sue promesse.

Aveva detto: ecco, io stesso m'interesserò del mio gregge, ne avrò cura e lo guiderò per ottimi pascoli. Per due volte almeno, in questo brano, Iddio fa questa affermazione. E l'affermazione si avvera: il pastore delle anime nostre è Gesù Cristo. Egli solo è il Pastore. C'è un certo linguaggio nella chiesa che può indurre in inganno; non è tanto questione di cambiarlo quanto di aprirci alla verità e di essere fedeli alla verità: anche noi siamo pastori, ma al servizio dell'unico Pastore.

Il pastore che salva il gregge è colui che dà la vita per il gregge. Anche noi dobbiamo dare la vita per i nostri fratelli che ci sono stati affidati; ma non varrebbe nulla il dono della nostra esistenza, anche quello più generoso, se non fosse preceduto dal dono che Gesù ha fatto di se stesso per la salvezza nostra e dei nostri fratelli.

E' Gesù che ha mandato i suoi nel mondo perché continuassero, nel suo nome, con la sua grazia e con la sua forza, ad annunciare il Vangelo, ad insegnare quello che Lui aveva insegnato, a battezzare. Noi siamo segno e strumento di Gesù che parla nella sua Chiesa, di Gesù che battezza e raduna in un solo ovile tutte le pecore e tutti gli agnelli, perché vi è il suo impegno di essere con noi fino alla fine.

Fermiamoci un istante su queste parole: segno e strumento.

Essere segno vuole dire evocare un altro, quando si tratta di persone. Noi siamo persone e siamo segno di un altro, non di colui che dovrà venire, come per Giovanni, ma di colui che è già venuto e che è in mezzo a noi.

Il segno - lo avete richiesto con tanta insistenza parlando dei gesti liturgici - deve essere trasparente, chiaro, leggibile, intelligibile: noi siamo chiamati ad esserlo nei confronti, non di una cosa, non di una realtà astratta, non di una verità o di un concetto, ma di una persona. S. Paolo propone: «siate miei imitatori come io Io sono di Cristo » (I Cor 11,1). Siamo, mi pare, sulla linea detta nostra testimonianza nella Chiesa: esprimere, far vedere, far toccare con mano Gesù, pastore delle anime nostre. Non è questione della immagine oppure di un aspetto della persona di N. S. Gesù Cristo, ma della sua missione in mezzo a noi. Segno di Gesù Cristo pastore: pensiamo quali e quante siano le esigenze perché si verifichi in noi questa prerogativa.

Siamo strumento. Questo Io dobbiamo intendere bene. Abbiamo molto insistito a dire che molti gesti, che si compiono con l'intenzione di fare ciò che fa Gesù Cristo, sono efficaci " ex opere operato". Mi pare che ci dobbiamo preoccupare della verità prima ancora che della efficacia. Perché i nostri gesti siano veri, perché siano gli strumenti di Gesù pastore delle anime nostre, mi pare che dobbiamo essere come Io strumento nelle mani di colui che Io adopera. Soprattutto la nostra piena disponibilità: che Gesù possa fare di noi ciò che vuole. In questo caso lo strumento non è una cosa, è una persona: tutta la persona, non semplicemente l'intenzione, deve entrare come strumento dell'azione che Cristo compie per mezzo nostro.

Noi abbiamo delle esigenze che sono inscritte nella nostra persona, nel nostro temperamento, nelle nostre facoltà. Viene da pensare, ragionevolmente, che Gesù Cristo ci debba usare secondo queste esigenze. Ma può essere azzardato: contro le ragioni della fede. Può non essere nelle vie di Dio che sono infinitamente lontane dalle nostre vie. Egli ci usa secondo il suo beneplacito che può corrispondere o non corrispondere pienamente alle esigenze insite nella nostra persona.

Credo che sia una situazione nella quale non è facile vedere con chiarezza. E' certo che Gesù Cristo è Signore; è certo che noi siamo nelle sue mani: dobbiamo avere questa certezza, « Domini sumus ». Nonostante tutte le potenze che ci possono essere nel mondo, nonostante questa potenza distruttrice che è la morte, noi continuiamo ad essere del Signore e dobbiamo stare nelle mani del Signore tranquillamente: pienamente disponibili alla sua volontà, fortemente e decisamente preoccupati di cercare la sua volontà perché si realizzi interamente in noi il fine di essere suoi strumenti. Non ci faccia meraviglia se il Signore si serve anche delle insipienze delle creature per disporre di noi più liberamente: I'insipienza, i limiti, il male stesso fa parte della Chiesa nella quale noi siamo chiamati a svolgere il nostro ruolo di segno: accostiamo le nostre situazioni disagevoli a quelle in cui si è trovato Gesù e lungo le quali è giunto a dare la vita da Pastore buono.

Quando il Concilio usa queste espressioni nei nostri confronti, lo fa in particolare per dire che siamo segno e strumento dell'unità nella Chiesa: che ci sia un solo gregge dal momento che c'è un solo pastore, che ci sia un solo corpo dal momento che c'è un solo capo, che tutte te membra siano unite tra di toro perché ci sia un solo corpo e che in questo corpo ci sia un solo Spirito dal momento che c'è un solo Signore.

Siamo segno e strumento per fare l'unità, ma dobbiamo anche essere segno e strumento, proprio in quanto tali, dell'unità. Voglio dire: dobbiamo essere segno ed espressione di unità tra di noi, dobbiamo essere la prima unità nella Chiesa; " che siano una cosa sola tra di loro ", Gesù ha detto per tutti, ma particolarmente per i discepoli, per i Dodici, " affinché il mondo creda ".

Ecco indicata la strumentalità efficace o il motivo della efficacia della strumentalità: « perché tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me ed io in te, siano anch'essi in noi, perché il mondo creda» (Gv 17,21).

Teniamo presenti questi pensieri. Mi pare che siano pensieri del Signore.

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