Commensali al banchetto di comunione

omelia
seconda Settimana Pastorale 24-28 Agosto 1970

Mons. Carlo Ferrari
Mons. Carlo Ferrari ultima concelebrazione
in Duomo a Mantova nel 1986

Miei cari, pensiamo che ognuno di noi personalmente è nel profondo del desiderio di Gesù, nell'intimo del suo cuore che dice: « ho ardentemente desiderato di mangiare questa Pasqua con voi prima del mio patire ». Conosciamo il significato di queste parole di Gesù, cioè il suo desiderio di mangiare la Pasqua con i suoi discepoli.

Diamo modo allo spirito di verità di penetrare nei nostri cuori, di illuminarli e farci comprendere la Parola di Dio e tutto ciò che Dio ha compiuto negli eventi della storia della salvezza.

Teniamo presente il traguardo che si prefigge Dio nel compimento del suo piano che ha il suo svolgimento nella storia: introdurci nella comunione di vita con sé, nella comunione di vita partecipata a tutti da una unica fonte che è la esistenza stessa di Dio come la vive Dio: tre persone di un solo Dio; di molti che dobbiamo fare una cosa sola nella carità e nell'amore. Nel linguaggio della S. Scrittura questo fatto decisivo della storia delta salvezza è descritto con l'immagine del banchetto.

Abbiamo ascoltato il racconto della visione di Isaia, il banchetto preparato sul monte. Questa visione diventerà un fatto vero con un significato impensabile: è il Figlio di Dio stesso che prepara il banchetto, egli in persona è il nutrimento preparato per i commensali (cf Gv ó,57).

Pensiamo alla sollecitudine di Gesù, di trovare un luogo adatto, ben disposto, convenientemente addobbato dove fare la Pasqua con i suoi discepoli. Noi dimentichiamo, a volte, questa volontà del Signore che la sua Pasqua sia celebrata in un luogo conveniente e decoroso. Poco prima Giuda aveva espresso la preoccupazione di risparmiare i soldi per i poveri.

Quando Gesù è in mezzo ai suoi, compie un gesto che li sorprende e che, nello stesso tempo, è rivelazione di un discorso che non avevano compreso: un discorso tanto duro da comprendere che molti se ne erano andati, Gesù non esita di dire ai Dodici se non volessero andarsene anche loro (cf Gv 6, 67). Gesù compie il gesto del banchetto rituale: prende il pane, lo benedice e proclama: « questo è il mio Corpo dato per voi » e poi, « questo è il calice della nuova alleanza del mio Sangue versato per voi » (Lc 22,14-20).

Noi siamo chiamati a mangiare la Carne del Signore e a bere il suo Sangue, a nutrirci di Lui: « chi mangia di me, vivrà di me », « chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna », la vita che dura per la eternità, ha la vita nuova.

Ma il banchetto sacro ha questa caratteristica: è espressione di amicizia; partecipare al banchetto sacro in una famiglia è espressione di unione amicale con i membri della famiglia, andarsene durante il banchetto è dichiarazione aperta di inimicizia.

Dunque la Pasqua che Gesù vuole mangiare con noi ha il significato di nutrirci di una vita nuova, di nutrirci della stessa vita di cui egli vive; ma deve avere come conseguenza, oltre che l'unione con lui, I'unione con tutti i membri che siedono a questo nuovo banchetto, preparato sul monte, dal Signore per i suoi figli, tra di loro f fratelli.

Il banchetto del Cenacolo è l'anticipazione figurativa di ciò che accade sul Calvario. Il corpo di Gesù che muore in croce e il suo sangue versato hanno la forza di unificarci; è nella forza con cui è stato consumato il sacrificio, è nella forza dello Spirito Santo che si realizza la nostra unione. Gesù aveva detto: «quando sarò innalzato attirerò tutti a me » (Gv 12,32). Si compirà così la preghiera: « che tutti siano una cosa sola come io e te, o Padre ». Ci saranno tutte le condizioni perché questo avvenga dal momento che si compirà il voto del cuore di N. S. Gesù Cristo: « ho ardentemente desiderato di mangiare questa Pasqua con voi » (Lc 22,15).

Allora questa diventa la nostra vocazione: essere uniti a Gesù Cristo e, per Gesù Cristo, al Padre, ed essere uniti tra di noi; essere uniti a Dio e partecipare alla sua vita che è il massimo di unione che si può avere con una persona, ed essere uniti tra di noi come sono uniti i commensali, secondo il significato del banchetto nuovo istituito da Gesù. Non è una semplice vocazione alla fede, o alla speranza nelle cose future, una vocazione a realizzare una condotta che corrisponde alla dignità di figli di Dio, una vocazione alla perfezione della carità, è la vocazione alla unità nella carità

Non è una impresa facile; è la cosa più difficile. Cerchiamo di essere leali con noi stessi, cerchiamo quindi di riconoscere le difficoltà , cerchiamo di essere tanto umili da ammettere che, forse, non compiamo tutti gli sforzi necessari per raggiungere il traguardo della nostra vocazione, per corrispondere a questa precisa vocazione.

Quanti significati diamo alla frase: corrispondere alla vocazione! Dalle nostre consorelle consacrate a Dio, ai nostri fratelli e sorelle nel battesimo, a noi sacerdoti che dal primo giorno di seminario abbiamo sentito la raccomandazione di corrispondere alla vocazione; ma se per ciascuno essa è qualche cosa di molto delimitato, la vocazione del cristiano è semplicemente l'unione di vita con Dio e con i nostri fratelli.

E' una vocazione che ci fa passare per una strada stretta che può dilatarsi unicamente per l'azione di N. S. Gesù Cristo in noi, per mezzo del suo Spirito, come frutto della croce. Gesù ci dà un cibo che è stato preparato in croce. Se non fosse irriverente si potrebbe dire: pane cotto al fuoco del legno della croce, vino fermentato sulla croce. Non si può raggiungere l'unione con Dio e con i nostri fratelli senza questo passaggio.

L'apostolo Paolo descrive la via, I'itinerario in tutti i particolari, indicandoci le condizioni di spirito indispensabili per costituire una vera comunione tra di noi, perché la partecipazione al banchetto eucaristico porti i suoi frutti.

« Con umiltà ». La funzione dell'umiltà. Non è una virtù a sè stante, tanto per completare un corredo di virtù, è il fondamento delI' unità nella carità. E' riconoscerci per quello che siamo, è essere così: che cosa hai che tu non abbia ricevuto e se hai ricevuto tutto perché te ne glorii come se non lo avessi ricevuto ? (I Cor 4,7).

« E mansuetudine ». Beati i miti ! Ci pare di essere deboli, di non essere sufficientemente virili, energici, capaci di franchezza se fossimo miti, eppure Gesù ha fatto una proposta perentoria: «imparate da me che sono mite e umile » (Mt 11,29). Notate anche come Gesù Cristo lega queste sue disposizioni: la mitezza e l'umiltà.

« Con longanimità ». E' la pazienza di attendere che gli altri maturino; è fare spazio ai difetti degli altri; è dare tempo perché i difetti degli altri facciano il loro corso; il loro corso è legato alla grazia di Dio e alla volontà di chi se li porta e non alla nostra volontà; è essere convinti che anche gli altri sopportano i nostri difetti: i difetti degli altri si vedono, i nostri no, eppure può avvenire che nell'occhio dell'altro ci sia la pagliuzza e nel nostro, invece, ci sia una trave.

« Sopportandovi » quindi a vicenda nella carità con una unica preoccupazione-avete sentito quante volte è stato ripetuto in questi giorni-« solleciti di conservare l'unità dello spirito nel vincolo della pace ».

Si, anche la pace nel Vietnam e in tutto il mondo, ma persuadiamoci che il cammino della pace passa tra fratello e fratello, tra sorella e sorella che convivono gomito a gomito.

Dobbiamo essere edificatori di pace per essere commensali alla mensa preparata dal Padre.

OM 276 Chiesa Comunione 70
Stampa: ST 237 Chiesa Comunione, seconda Settimana Pastorale 24-28 Agosto 1970
Atti della settimana in CDR-1970 settimana-