I Vescovi e il Concilio

Parola del Vescovo

Mons. Carlo Ferrari
Mons. Carlo Ferrari

Carissimi,

entriamo di questi giorni in quell'atmosfera felice che s'ispira al Mistero di Gesù Bambino: sa di bontà e di confidenza, reca con se il bisogno di essere più vicini, di entrare in comunione tra noi nella parte migliore di noi stessi, di metterci a parte gli uni gli altri di ciò che portiamo più vivo nel cuore.

Ecco il perché di questa lettera natalizia, diretta ai miei Sacerdoti, ai miei fedeli, a tutti quelli che un vincolo buono unisce al mio Ministero episcopale.

E l'argomento è appunto qualche cosa che sento di partecipare come espressione di quella comunione di sentimenti a cui ci apre il S. Natale.

Lo scorso anno scrivevo: " vi ho detto le impressioni più forti che mi hanno colpito durante la celebrazione della prima Sessione del Concilio Ecumenico Vaticano II°. Posso assicurarvi che queste mie intuizioni matureranno in completezza, in vigore, in grazia, alla conclusione del medesimo ".

La mia non era una previsione retorica: troppi indizi erano già nelle persone e nelle cose e perciò al termine di quest'altra Sessione posso confermare il mio presentimento.

L'anno scorso dissi di aver "visto la Chiesa" e quest'anno dovrei ripeterlo con molte più ragioni; ma per questo non è sufficiente una lettera di tono confidenziale.

Il mio discorso si limita ai Vescovi, e non solo perché le grandi realtà del Mistero della Chiesa si riflettono e si esprimono direttamente nella loro persona; ma soprattutto perché questo Concilio è tanto un atto vitale de!la Chiesa che, prima di esprimersi in costituzioni e decreti, si manifesta nelle persone che lo celebrano.

E mi piace, tra tutto, dirvi solo le cose più semplici, che sono anche Se più abituali e fanno toccare con mano come " il principato della Chiesa si esprime in umiltà, mitezza e bontà ». (Giovanni XXIII).

Potrei dirvi come nella persona dei Vescovi si sente la presenza di Gesù Cristo unico, potente e amabilissimo Salvatore; come nel cuore e sulla bocca di essi sia presente il Vicario di Gesù Cristo, loro Fratello, gravato della sollecitudine di tutte le Chiese, loro Capo e Fondamento di tutta la Chiesa, nelle cui mani essi anelano di mettere la loro vita con tutta la grazia di cui è segnata la loro anima; e come nei loro cuori sia viva la presenza di tutti gli uomini con il loro immenso bisogno di essere salvati dalla fame del corpo e dello spirito, dall'oppressione e dall'ingiustizia, dalla paura e dal peccato; preferisco invece parlarvi di questi uomini semplici, che una mitra e un pastorale forse ci impediscono di riconoscere come i più puri seguaci del Vangelo di Nostro Signore.

Li ho avvicinati a centinaia, per mesi ho condiviso la loro giornata, li ho intesi ripetere i pensieri più familiari, ho scoperto le loro abitudini, li ho colti in quei momenti di « rilassamento » in cui cadono anche gli ultimi residui di controllo esteriore. Dopo di questo, ho la gioia di potervi dire che gli stessi, quando intervengono nell'Aula conciliare, preoccupati di esprimersi in latino, di parlare come maestri e giudici della fede, non recano solo la testimonianza delle loro Chiese, ma soprattutto la testimonianza personale di ciò a cui credono e di cui vivono. Lo fanno con la intensità spirituale ed emotiva di chi le cose le ha sofferte, di chi ha dovuto lottare e pagare di persona e di chi sente l'urgenza di far partecipare i propri figli e fratelli a un grande tesoro.

Veramente questi sono dei « fanciulli » già entrati nel Regno dei Cieli: non si danno cura di ciò che di loro pensano gli altri, hanno lo sguardo al volto del Padre che vede nel fondo del loro cuore; sanno che quando è tempo lo Spirito mette sulle loro labbra le parole adatte per le risposte opportune; con una certezza indistruttibile, credono che Qualcuno pensa a loro, cerca loro e i loro fratelli ed è con loro sempre.

Quanta libertà nei loro atteggiamenti e nelle loro espressioni ! In un mondo che si dichiara anticonformista, ma che di fatto diventa sempre più complicato, questi figli di Dio traducono in ogni situazione l'abitudine di vivere sotto il suo sguardo: ciò che non dispiace a Lui, non importa che possa tornare scomodo alle persone «perbene». Esiste una continuità tra la libertà con cui essi si sono pronunciati in Aula (facendoci stare col fiato sospeso fino a quando non ci hanno strappato un applauso), e quella di scendere tra la folla anonima come dei semplici preti.

Questi uomini del Vangelo non fanno delle dichiarazioni programmatiche e non enunciano dei principi astratti quando parlano della Chiesa dei poveri; sotto qualsiasi parvenza di fasto o di ricchezza c'è un uomo che siede con estrema naturalezza alla mensa di una comunità per mesi interi, che a Roma si sposta in pullman o in filobus e che gode come di un sollievo a poter fare a meno di camerieri e di segretari. Non immaginate come gli diano fastidio quei « segni » di distinzione che, essendo legati a un contesto storico e sociale ormai superato, ai non informati o ai prevenuti possono farlo apparire come appartenente a categorie di privilegio.

Non posso sollevare veli che celano situazioni di povertà incredibili per gli uomini, ma preziosissime per la Chiesa santa di Dio: non sono pochi i casi in cui si ripete ciò che Giovanni XXIII ha così confidato nel suo testamento: « Apparenze di agiatezza velarono sovente nascoste spine di affliggente povertà... Ringrazio Dio di questa grazia... » (29 - 6 - 54).

Una propaganda subdola ha accreditato, in Italia, la persuasione che un Vescovo può tutto: basta una sua parola.

lo credo che qualsiasi Vescovo del mondo sarebbe felice di poter aiutare chi ha bisogno, con tutte le sue parole; ma, a parte che ogni autorità è gelosa delle proprie prerogative, i Vescovi sentono il peso di ben più gravi responsabilità e la tentazione di indebita ingerenza è subito superata. Sono tramontati i tempi in cui l'influenza sul potere era ritenuta un buon mezzo per la difesa dei valori cristiani. In un mondo cosciente e geloso della propria autonomia, essi sanno che non sono gli strumenti umani a salvaguardare e a divulgare la fede e il costume cristiano.

E' perciò che i Vescovi sentono il bisogno di liberarsi da se stessi, di essere poveri e spogli di potenza umana, per diventare canali di una salvezza che viene dall'alto.

Questa è la cosa stupenda e più decisiva del Concilio: oggi lo Spirito Santo trova negli strumenti della sua azione salvifica la disponibilità più completa.

Le anime non si redimono con l'oro o l'argento (Atti 3,6), le menti non si piegano all'ossequio della fede per la persuasione di parole della sapienza umana (I Cod. 2,13) e Dio sceglie le cose deboli per con fondere le potenti (I Cor. 1,27-29).

Questo è l" aggiornamento" che sta nel cuore dei Vescovi: poveri, liberi, umili e fiduciosi nella potenza dell'Amore infinito di Dio, che degli uomini vuole fare i suoi figli e che per essi ha dato il suo Unigenito

Di qui il senso di altre cose che i Vescovi fanno in Concilio, alle quali forse non si dà abbastanza rilievo. Essi pregano: la parte più importante di ogni Congregazione è la S. Messa; per i Vescovi che vi assistono è un atto di fede nell'unico Salvatore del mondo, Gesù Cristo, e un impegno a lasciarsi assorbire anima, corpo, energie, tempo, salute, dalle esigenze del Suo Sacrificio. I Vescovi fanno delle altre cose, molto semplici e naturali ma assai significative; oltre le pratiche di pietà che compiono nelle loro residenze, altri atti di fede e di preghiera punteggiano la loro giornata: prima di prendere posto in Aula, c'è chi sosta alla tomba di Papa Giovanni come a quella di S. Pietro, chi all'altare di S. Pio X, di più all' altare del SS. Sacramento; tutti; giorni hanno il loro pio pellegrinaggio da compiere e lo ritengono molto importante. un'altra cosa: in S Pietro ci sono a disposizione una decina di penitenzieri e per oltre un'ora ogni mattina voi vedreste i Padri della fede staccarsi dal loro posto e andare come l'ultimo dei fedeli a inginocchiarsi al confessionale per ottenere purificazione e grazia.

Miei cari, questi sono i Vescovi del Concilio Ecumenico Vaticano II.

Quando Paolo VI° ha manifestato il proposito di recarsi pellegrino in Terra Santa, il loro prolungato e caloroso applauso aveva anche questo significato: con le disposizioni del loro cuore si sarebbero accompagnati a Lui, in spirito di preghiera e di penitenza, alla ricerca del volto della Chiesa com'è uscita dal Mistero dell'Amore che si è rilevato a Betlemme, a Nazareth, a Gerusalemme: povera, umile, crocifissa, ricca solo dell'Amore del Suo Sposo, Salvatore vero del mondo.

Venite anche voi, col Papa, coi vescovi del Concilio, a scoprire i grandi tesori che ci rendono liberi, amabili, buoni: la povertà, la mitezza, la generosità.
Veramente sentirete che è Natale.

CARLO FERRARI
Vescovo


Stampa: opuscolo distribuito in diocesi e spedito agli amici.
Ai miei Sacerdoti, alle Autorità, ai Fedeli e Amici in segno di gratitudine per gli auguri onomastici e natalizi e come pegno di felicità per l' Anno Nuovo.
Monopoli, Natale 1963.