La visita pastorale
condotta con criteri organici,
metodo e perseveranza.

La parola del vescovo.


Mons. Carlo Ferrari
Il Vescovo a Mantova nel 1968

Cari Sacerdoti,

queste note vi giungono mentre nelle Parrocchie, nelle Associazioni, nelle scuole è pressoché iniziata l'attività del nuovo anno pastorale. Con Voi e con i dirigenti diocesani e parrocchiali c'e già stata un'intesa di massima sul lavoro e sui programmi e ci si è tutti trovati di accordo sulla necessità da tenere sempre presenti i problemi di fondo, di continuare con organicità e metodo per risolverli, senza lasciarsi distrarre da richiami di urgenze che, se sono più immediate, non sono altrettanto importanti.

Più di uno di voi mi ha procurato la gioia di confidarmi la constatazione che viene facendo dei frutti evidenti di una attività condotta con criteri organici, con metodo e perseveranza. Si rileva la minor dispersione di energie, la soddisfazione dei collaboratori, le evidenti premesse per frutti duraturi.

Come vedete, io mi sento incoraggiato a ripetervi ancora le cose già note, perché sto raccogliendo i frutti della mia insistenza.

Dunque, il fine a cui deve tendere la nostra attività pastorale è quello di far nascere, sviluppare e mantenere la fede nei nostri battezzati. Sapete che uso di proposito la parola fede, alla quale do il significato di adesione alla parola di Dio nel senso più pieno: da quella intellettuale a quella di tutta la vita, che si orienta sempre più verso Dio in un impegno personale di riconoscimento, di fiducia e di sottomissione amorosa.

Fintanto che i nostri fedeli non si sentiranno faccia a faccia con Qualcuno a cui debbono rispondere e dei pensieri e dei sentimenti e delle azioni, non possiamo pensare di aver ottenuto gran che dal nostro apostolato, anche se, per es., abbiamo avuto molte persone nelle chiese e parecchie Comunioni.

Non desistiamo dal metterli faccia a faccia questi interlocutori. Parliamo di Dio tutto proteso verso l'uomo con l'onnipotenza del suo amore infinito, pienamente rivelato nella persona di Gesù Cristo; rendiamo attenti i nostri fedeli a questo amore storico concreto, disinteressato, capace di salvare l'uomo.

Da una parte l'Amore onnipotente di un Dio personale; dall'altra parte l'attenzione aperta, fiduciosa e sottomessa all'amore di Dio che propone le soluzioni giuste, le ragioni buone e le forze a che ci rendono capaci di rispondere alla Sua chiamata.

Presentiamo così Gesù Cristo, nostro Salvatore, nella concretezza del suo inserimento nella storia degli uomini, nella realtà della sua posizione di Mediatore tra quelli che devono stare faccia a faccia il Padre e gli uomini; nella chiarezza della luce della sua dottrina che giustifica perché gli uomini e Dio devono stare in quel rapporto; nella forza che viene dalla sua vita comunicata agli uomini perché siano capaci di mantenere quel rapporto.

Insegniamo alla gente a fermarsi alla Divina Persona di Gesù Cristo, a capirne le ragioni e a sottomettersi (rationabile obsequium ! ) ed ad appoggiarsi a Lui.

Perciò tutta la nostra azione pastorale si incentri nelle persone (Dio e l'uomo) tra cui deve stabilirsi un rapporto, mirato far nascere, crescere e maturare l'impegno della fede, faccia leva sul motivo dell'amore che Dio ha per noi, nella testimonianza di Gesù Cristo com'è presente nella Chiesa, per le ragioni della sua dottrina come viene insegnata dalla Chiesa e con i mezzi della Sua Grazia custoditi e messi a nostra disposizione sempre dalla Chiesa.

Pensateci bene e troverete che una presentazione siffatta della religione riesce organica, arriva a porre le fondamenta di uno sviluppo sicuro della vita cristiana e costituisce il vero rimedio a tutte le deformazioni che possiamo riscontrare nella religione dei nostri cristiani.

Però bisogna subito avere la lealtà di ammettere che una concezione così sintetica, organica, essenziale e personalistica della nostra Religione non è quella corrente: non può essere quella che proviene dal curriculum degli studi del Seminario o che pure troviamo a base dei nostri attuali metodi di pastorale.

Dobbiamo riconoscere che essa e piuttosto la risposta che, chi è impegnato nella evangelizzazione del mondo contemporaneo, deve dare alle esigenze di concretezza, di essenziale, di valido che oggi gli uomini sentono; che è forse la conclusione più completa a cui si è oggi pervenuti da parte degli studiosi più impegnati e aperti.

Bisogna studiare! Ecco la prima conseguenza che deriva da queste considerazioni. Studiare il messaggio cristiano, studiare il nostro tempo per diventare capaci di diventare i trasmettitori (forse oggi si dice "i ripetitori") sintonizzati tra Gesù Cristo e i nostri fratelli.

In pratica: facciamo in modo di non dimenticare quello che abbiamo appreso in Seminario (la preparazione per gli esami quinquennali e la soluzione dei casi non basta a questo scopo), con I'intento di arrivare ad avere dinanzi tutto in termini sintetici, organici, ecc. Leggiamo la Sacra Scrittura, che in Seminario forse non abbiamo letto e che, oltretutto, ci porta nel vero clima dei rapporti personali con un Dio personalissimo, ci fa acquistare il senso della gerarchia delle cose veramente importanti; ci mette continuamente a contatto delle manifestazioni dell'amore di Dio e ci mette in bocca i termini giusti per parlare di Lui.

Aggiorniamoci con le letture, almeno schematizzate per iscritto delle opere più significative che escono dalle nostre case editrici (le principali sono a disposizione presso l'Ufficio Catechistico); diamo importanza alla lettura delle riviste[2] piú rappresentative e sunteggiamo gli articoli più importanti (un sunto scritto anche schematico ci fa ricordare tutto l'articolo e tra l'altro costituisce un ottimo materiale per il nostro insegnamento): anche le riviste "giacciono, presso l'Ufficio Catechistico! Spero che riprenderete ancora l'attività dei "circoli di studio"; anche se presenta delle lacune e qualche inconveniente è pero uno stimolo a studiare, e vi par poco ?! ....

Per ciò che riguarda le materie sociali, io vi raccomando prima di non parlarne se non avete idee chiare (c'è già tanta confusione!), poi le idee chiare sulle questioni principali dovete ritenervi obbligati in coscienza ad acquistarle. Le ACLI mettono a disposizione un materiale sufficiente, sicuro e accessibile.

Non mi pare necessario rilevare che il nostro studio, anche se serve per una certa erudizione e per la cultura, noi lo intendiamo come mezzo di formazione spirituale e soprannaturale e come insostituibile strumento di apostolato; quindi quando non è anche vera preghiera, non rimane mai lontano da essa e vi dispone.

E il tempo per studiare?

Non ignoro questa difficoltà e so che non esagero quando vi dicessi che per lo studio, inteso come sopra abbiamo accennato potete tranquillamente trascurare qualche dovere importante del vostro ministero. Ma non ho intenzione di imbastire degli slogans: ognuno di voi provi a segnare per una settimana come gli è passato il tempo di ogni giorno e poi provi a metterci un po' più di ordine, molta disciplina, tolga le occupazioni superflue (chiacchierare,leggicchiare, soste alla TV e altre fermate facoltative!), e poi dica a se stesso se non c'era del così detto "tempo libero" .Sempre un po' di, "age contra" e che l'ottimo é nemico del bene ci convincerà che, pure i ritagli di tempo sono buoni per lo studio, anche serio e infine io rimango convinto che ci sono piú che dei ritagli di tempo per chi e convinto che lo studio è una cosa importante, per chi ha coscienza del proprio dovere e per chi non vuole accampare scuse alla propria pigrizia.

Per continuare il discorso su cose ripetute mi permetto di richiamare la vostra attenzione sul proverbiale discorso sul metodo.

C'è tanto da fare, molte cose sono urgenti e siamo pochi.
Qual'è la soluzione?
Brevemente: stabiliamo con chiarezza la gerarchia della importanza delle cose da fare (non confondiamo importanza con urgenza e in mezzo mettiamoci il buon senso); incominciamo dalle piú importanti e arriviamo fino a quelle per cui bastano le nostre energie più un pò di generosità.

Poi cerchiamo delle persone disposte a collaborare: cerchiamole tra le religiose e in mezzo ai laici; i collaboratori devono essere delle persone intelligenti, rette e, se sono colte, tanto meglio. I collaboratori formiamoli e ricordiamo: é meglio spendere un'ora a preparare un catechista che fare un'ora di catechismo; è meglio formare un dirigente che attendere a organizzare un'Associazione; è meglio saper far tare che fare. Ai collaboratori diamo il gusto di fare le cose in profondità e con metodo e la soddisfazione di fare con la loro intelligenza e le loro capacità. Docili, ma non supini!

Io non mi stancherò di ripetervi la mia preoccupazione di non approfittare come dovremmo della larga disponibilità di persone che volentieri ci aiuterebbero nelle nostre cose. Mi raccomando ai Parroci: guardatevi dalle presidenti a vita da chi ha fatto sempre così, da chi porta le maniche lunghe solo perché non e capace a fare altrimenti, da chi non si e sposato per le famose ragioni delle comari di Perpetua; certe situazioni parrocchiali sono immobilizzate da una o tutte le ragioni sopra elencate. Ai veterani ed alle veterane molta gratitudine e molto rispetto, ma nessuna soggezione.

Molti questo discorso lo hanno capito bene e hanno per i fanciulli delle ottime delegate, delle catechiste e dei catechisti che hanno trasformato il catechismo in vera scuola di vita cristiana; dei segretariati parrocchiali che funzionano con molta autonomia; questo non l'hanno ottenuto per le speciali felici condizioni della parrocchia ma solo perché hanno creduto alla collaborazione delle persone intelligenti e al metodo.

Basta?

Sì per questa volta, perché non tarderanno occasioni per ripeterci. E voi converrete, che se non avessi fiducia che voi mi state capendo, certamente non mi ripeterei. Quindi con molta fiducia benedico voi, i vostri sforzi e i vostri collaboratori.

Carlo Ferrari Vescovo

Stampa: Bollettino Diocesano Giugno-Dicembre 1959 pag. 8-11