Per la Quaresima
un costume Cristiano nella vita civile

La parola del Vescovo

Mons. Carlo Ferrari
1967 Arrivo da Monopoli a Mantova

Miei Cari Sacerdoti,

giustamente lamentiamo che tra i nostri fedeli la Quaresima perde ogni anno il carattere di tempo sacro, e ci fa male constatare che ben pochi, come sarebbe nelle intenzioni della Chiesa, pensano di approfittare di questo tempo per ritornare più decisamente a Dio voltando le spalle alle creature col distacco della penitenza e della mortificazione e orientandosi con l'intelligenza e col cuore verso il loro Creatore con la frequenza più assidua alla parola di Dio e alle azioni liturgiche.

Sarebbe però ingiustificato il nostro lamento se per proprio conto ciascuno non si impegnasse a entrare lui per primo nelle intenzioni della Chiesa e non pensasse a ritornare più decisamente a Dio secondo il senso della genuina vita cristiana, attenendo seriamente in questi giorni alla propria conversione.

Il popolo non dobbiamo mandarlo avanti, ma ci deve seguire. La nostra missione che ripete quella di Gesù si esprime nei termini del Vangelo: "venire post me", "sequitur me", "venite post me", che suppongono la precedenza propria del maestro, della guida, del pastore.

C'è poi il pericolo che siamo indotti a pensare che certe cose nella Chiesa han fatto il loro tempo e che tra queste la Quaresima può quasi ritenersi un ricordo di cui ci sono buone tracce nella liturgia, destinate però anch'esse a scomparire dal momento che pare prossima una grande riforma liturgica; per il resto, le prescrizioni penitenziali sono ridotte al minimo, la predicazione è disertata: per ciò rassegniamoci al corso delle cose.

Questa è una tentazione insidiosa e fatale.

Quando gli uomini non facessero più penitenza e non ricercassero la verità di Dio e la sua grazia; quando il nostro Sacerdozio perdesse lo scopo essenziale di convertire i nostri fratelli, cesserebbe nella Chiesa il movimento degli uomini " ad Deum" conosciuto e preferito alla creatura e allora sarebbe il fallimento della Redenzione.

E' chiaro che questo non è ammissibile e finché continuiamo a battezzare lo facciamo nel senso della morte e Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo e perciò la vita cristiana rimane nel suo significato di morte al peccato con la penitenza e mortificazione e vita per Iddio in Gesù Cristo nostro Signore.

Ora importa vedere sino a che punto "quelli che devono andare avanti" vivono il proprio Battesimo in entrambi gli aspetti di morte e di risurrezione.

Penso che non avremo difficoltà ad ammettere che una delle cause dello svanire del senso della Quaresima, sia nel fatto, che anche per noi la Quaresima non ha in pieno il significato inteso dalla Chiesa e comunque dobbiamo ritenere che un ritorno a questo significato - indispensabile perché intorno a noi ci sia della vita cristiana - può verificarsi solo se incominciamo "ad andare avanti".Il ritorno sarà più facile se mutasse qualche cosa nell'ambiente esteriore, se migliorassero i nostri metodi e i nostri strumenti di apostolato; ma rimarrà impossibile se noi non " faremo i primi "

E' passato poco tempo dalla "tre giorni" sul tema "I' Ascetica nella vita e nel ministero del Sacerdote"; abbiamo avuto un Maestro di eccezione e come chi possiede bene la materia ci ha proposto in linee chiare ed essenziali ciò che riguarda la vita interiore in noi e nei nostri fedeli. Io sono rimasto molto contento della vostra partecipazione assidua e attenta, ma troverete più che legittimo il mio vivo desiderio che quel seme così pulito e così fecondo germogli.

Non è che io voglia mettere l'accento su punti particolari di quanto avete ascoltato: in una dottrina presentata nelle sue linee essenziali non si distingue il più importante ed il meno importante; però in linea con la presente esortazione vi ricorderete quanto è stato detto sullo spirito di povertà e di ubbidienza e sulla castità che costituisce il campo di quella penitenza e mortificazione che mette al sicuro il primo elemento della nostra vita cristiana.

Un bel tipo ha detto che " è più sordido attaccarsi ai soldi che "alle donne"; è un'affermazione sconcertante, ma contiene molto di vero, almeno che è più lontano da Dio il denaro che una creatura umana.

Non vi pare esatto dire che chi lavora "anche" per il denaro non è più totalmente di Dio come si richiede per il Sacerdote? E nel rischio che abbiamo corso nel seguire Gesù, vi pare che debba proprio escludersi quello di ridurci vecchi ed invalidi senza risorse? Piuttosto che avere per tutta la vita l'ansia di alimentare il gruzzolo della previdenza, non vi pare che ci si dovrebbe fidare un po' di più della Provvidenza?

E questo, credete, non lo dico per sottrarmi alla preoccupazione certamente viva della Chiesa di provvedere al presente e all'avvenire dei Sacerdoti.

Sarete poi convinti anche voi che molte storture nel concetto delle cose sacre ed almeno alcune devozioni poco conformi ai principi della dogmatica, derivano da preoccupazioni del prete di fare soldi.

Il punto di partenza del nostro ritorno a Dio è costituito dal distacco dalle cose materiali. Non avviene nessun movimento verso Dio se non ci si scioglie dall'attaccamento alle ricchezze. É ben sintomatico che Gesù non abbia insistito tanto sulle altre virtù come ha insistito sulla necessita di essere poveri.

La castità è ritenuta la perla del Sacerdozio e tutti siamo convinti di perdere il diritto di essere dei "fari" se da noi non irradia lo splendore di questa virtù

Mi pare che dovremmo valorizzare maggiormente l'aspetto aflittivo, di penitenza e di mortificazione, che comporta la pratica di questa virtù, la quale in primo luogo è una grave rinuncia.

Si capisce che solo l'amore di Dio al di sopra di tutto e di tutti spiega questa virtù; ma è appunto perché c'e amore per Iddio che il Sacerdote accetta di offrire a Lui il dono materiale più prezioso, quello da cui l'uomo si separa con più riluttanza: la facoltà di partecipare al potere creativo di Dio, cui sono legate le soddisfazioni più profonde che esistono, al di fuori del regno della grazia.

Il cuore, la sensibilità, i sensi continueranno ogni momento a reclamare.

La risposta che il Sacerdote dà fedelmente e con decisione è senz'altro la più seria e diuturna mortificazione. Essere di tutti, adattarsi a tutti e mantenersi libero da tutti, quale castità e quanta mortificazione impone.

La nostra ascetica nasce e si conforma al nostro Sacerdozio. Il nostro Sacerdozio poi ontologicamente e giuridicamente dipende da quello del Vescovo. Ne consegue che la funzione mediatrice propria del Sacerdote ed a cui si conforma l'ascetica sacerdotale (unione con Dio, unione con gli uomini ed esercizio di unificazione) non è autonomo ma dipendente.

Ed a questo punto tocchiamo il vertice della mortificazione perché si tratta della rinuncia più intima ed universale, quella da disporre di se stessi.

Mettere a disposizione di un altro in cui riconosciamo Dio, intelligenza, volontà, salute e tempo è veramente rinunciare a tutto per poter camminare dietro a Gesù e davanti ai nostri fratelli; è veramente il più grave sacrificio, è consumare in noi la morte a noi stessi per poter vivere per Iddio in Cristo Gesù nostro Signore.

Questo lavoro di distacco e di rinuncia che lo Spirito Santo non ha esitato a chiamare "morte" ripugna essenzialmente alla nostra natura e per praticarlo per tutta una vita ci devono stare dei motivi ragionevoli, attuali e forti. Questa morte sta come il prezzo della vita: per questo è ragionevole e doveroso morire.
E diventa tanto più facile, quanto più la vita a cui aspiriamo è una realtà abituale e molto presente: un fatto di tutti i momenti della giornata.
Questa vita è la presenza di Dio in noi, e la Sua attività soprannaturale nel nostro essere e nelle nostre facoltà.
È Dio che si stabilisce in noi e ci invita a pensare coi Suoi pensieri, ad amare coi Suoi sentimenti, ad operare secondo la Sua Volontà, cosi come e avvenuto in Cristo.

La misura di questa vita è data dalla proporzione di pensiero di Dio nei nostri pensieri, di volontà di Dio nei nostri affetti, di interessi di Dio nella nostra attività.

Dunque importa avvertire la presenza di Dio, tenere conto del senso della Sua azione in noi.

Ci sono degli elementi nella Quaresima che non ostante tutti i mutamenti saranno sempre validi: oltre la penitenza e la mortificazione già ricordati, emerge il richiamo al raccoglimento, alla preghiera, alla grazia di Dio come principio di vita soprannaturale.

Come si può avvertire la presenza di Dio in noi se la nostra attenzione è distratta?

Non si arriva a pensare e sentire come Gesù Cristo, se manca un'assidua comunione di pensieri e di affetti possibile soltanto nella preghiera mentale e vocale.

Tutto il nostro essere sarà posseduto da Dio e l'attività delle nostre facoltà sarà secondo la Volontà di Dio, a patto che la Grazia ci possegga fino in fondo.

I nostri fratelli hanno bisogno di avvertire la presenza di Dio, di ascoltarne la voce e sentirne l'azione. Noi dobbiamo essere i testimoni di questa presenza e la nostra testimonianza deve essere di persone che hanno visto, che riportano l'esperienza di una impressionante realtà che li colpisce tutti i giorni perché tutti i giorni stanno con Colui che testimoniano.

La nostra voce si deve differenziare da tutte le voci che arrivano all'orecchio degli uomini, non soltanto perché annuncia delle altre cose, ma in particolare perché è l'eco piena di stupore per le cose che ha raccolto da dire ai propri fratelli in incontri ben impressionanti, come dovrebbe accadere quando preghiamo.

E l'azione della Grazia di Dio?

Ho l'impressione che questo sia il punto in cui più facilmente tranquillizziamo la nostra coscienza con un equivoco.

Quando si tratta di Grazia di Dio, tiriamo in ballo l'"ex opere operato" ed è tutto assicurato. E non avvertiamo che se la sorte del sacramento è assicurata, non così la sorte della Grazia.

E le disposizioni e la collaborazione di chi la riceve dove le mettiamo? Chi se ne deve preoccupare?

Non siete convinti che solo una chiara competenza o più propriamente una lunga esperienza di disponibilità personale e di corrispondenza alla Grazia di Dio, ci metterebbe in condizione di aiutare sensatamente i nostri fratelli a profittare di questo divino tesoro che non ostante l'"ex opere operato" rimane così dolorosamente e largamente inutilizzato?

La Quaresima ha per iscopo di prepararci alla Pasqua, come la penitenza ci prepara al godimento e come la morte ci prepara alla vita.

La Chiesa celebra tutti gli anni tanto la Quaresima come la Pasqua, e tutti gli anni invita i suoi figli a morire ed a risorgere: la ragione è che non si finisce mai di morire come non si risorge mai abbastanza.

Ancora: ogni settimana ci richiama al significato della Quaresima, perché è una preparazione alla domenica, la quale ricorda espressamente la Risurrezione del Signore. Questo ci dice ancora più insistentemente che i due aspetti della vita cristiana devono essere continuamente presenti nei nostri sforzi.

Queste cose, miei cari Sacerdoti, ho sentito il bisogno di dirvi in questa Quaresima, perché l'insistenza per le attività catechistiche, organizzative e liturgiche di questi anni non vi lasciassero l'impressione che si dimentichi ciò che deve stare prima: la nostra, personale, conformità alla Morte e Risurrezione di N. S. Gesù Cristo.

Buona Quaresima e Buona Pasqua!

Vostro affezionatissimo

Carlo Ferrari Vescovo.

Stampa: Marzo 1957 - Rivista diocesana di Monopoli