Presentazione del Diario tratta dall'Osservatore Romano

Mons. Carlo Ferrari "Padre del Concilio". Diario (1962-1965), a cura di Stefano Siliberti, editrice "La Cittadella", Mantova 2010, pp. 700

Il 27 giugno 1977, il Vescovo di Monopoli, mons. Carlo Ferrari (1910-1992), scriveva a Paolo VI, in occasione del suo 25.o di episcopato: “Trascorsi 15 anni, per me preziosi, in mezzo ad una accogliente popolazione meridionale nella diocesi di Monopoli; ebbi la ventura di partecipare al Concilio”. Il suo vanto non fu solo quello di definirsi “Padre del Concilio”, ma di convintamene esserne discepolo. La recente pubblicazione del suo “Diario del Concilio”, al di là della ricorrenza centenaria di nascita del vescovo Carlo, costituisce un motivo di rinnovata memoria di quella grande assise, inaugurata da Giovanni XXIII e intelligentemente portata a conclusione da Paolo VI.

Quando il l’amministrazione comunale di Monopoli gli volle offrire la “cittadinanza onoraria”, il vescovo Carlo profittò di quella circostanza per sottolineare di sentirsi ‘cittadino’ che aveva partecipato al Concilio: “Esistono degli sforzi per ignorarlo, per sottovalutarlo, per svalutarlo: è naturale. E’ più intelligente cercare di capirlo, di rispettarlo e di mettersi in condizione di accettarne responsabilmente le conseguenze. Il Vaticano II è l’atto di fede più coraggioso che la Chiesa abbia compiuto dal tempo degli apostoli a oggi, il coraggio di credere e di professare la propria fede nel mondo attuale; [...] la Chiesa crede che la salvezza viene soltanto da Cristo, Verbo di Dio fatto uomo, morto in croce, risorto e asceso alla destra di Dio come Signore. Piccolo, povero, debole, condannato, sconfitto; grande, ricco, forte, approvato, glorificato, vivente nei secoli. La Chiesa del Concilio fa suo il mistero di Cristo e in mezzo agli uomini prende l’atteggiamento della incarnazione per adempiere la loro redenzione”.

Il Diario, allora, del vescovo Carlo è ricco di questa consapevolezza, via via maturata, all’interno delle discussioni tra i Padri. L’afflato pastorale emerge e sopravanza la visione, pur legittima, dei teologi e degli esperti chiamati a dare i loro contributi.

Il curatore della pubblicazione, don Stefano Siliberti, ha riportato l’intero intreccio di appunti manoscritti, corredandolo di un sapido confronto con i Diari dei teologi Congar, De Lubac, Edelby, Chenu, Camara. Inoltre è corredato di foto scattate dallo stesso vescovo. Alcune di esse sono rivelatrici del suo spirito interiore: l’indugiare sulla colomba dello Spirito Santo e su Frère Roger Schutz in preghiera ad es., manifesta la convinzione che egli nutriva circa il fondamento della preghiera. Ma soprattutto echeggiava un pensiero ricorrente: il Concilio è “transitus Spiritus Sancti” nella Chiesa.

Rilevante è poi il fatto che, oltre ai riportati richiami giornalistici dell’epoca, il curatore ha inserito molteplici brani, dai quali si evince la comunicativa immediata dei temi conciliari nel vivo della realtà diocesana di Monopoli.

Degno di nota l’incontro di Carlo Ferrari con il Patriarca Atenagora, il 31 agosto 1965 (pp. 659-660).

Mons. Roberto Busti, l’attuale vescovo di Mantova, nella presentazione evoca un significativo flash dal Diario, rilevando la “luce ecclesiale” che dal Concilio derivava e che Carlo Ferrari colse sul volto raggiante di Paolo VI: “Un raggio di sole che filtra dal finestrone del transetto colpisce il Papa durante la Consacrazione e lo rende, lui, l'Ostia e il Calice incandescente nive candidior [= più candido della neve]” (7 dicembre 1965).

Mons. Giovanni Volta, vescovo emerito di Pavia, chiude in postfazione al libro: “C’è una spiegazione del Concilio Ecumenico Vaticano II che avviene attraverso la lettura diligente dei testi, e ce n’è un’altra che si compie attraverso i comportamenti, nello stile di vita che si assume. Per questo - insieme alle parole di monsignor Carlo Ferrari e al suo diario - va tenuta presente anche la sua vita che mostra, e non solo dice, un tentativo di presentare l’insegnamento del Concilio Ecumenico Vaticano II per meglio comprenderlo e viverlo. Questa la sua eredità”.