Carlo Ferrari un Padre del Concilio

Roberto Busti Vescovo di Mantova
Mantova, 2012

Non ho potuto, purtroppo, conoscere personalmente il Vescovo Carlo se non attraverso qualche parola del Cardinale Martini che lo descriveva come uomo profondamente spirituale. Le testimonianze raccolte da Mons. Regis, suo antico segretario, mi hanno rivelato quanto di lui è rimasto nel ricordo e nel cuore di tanti sacerdoti che ne hanno vissuto l’episcopato. Ora però questa ricerca di don Stefano Siliberti mi dà la possibilità di penetrare un po’ di più nel suo animo attraverso il suo “diario dal Concilio”; impressioni talora fugaci, talaltra profonde, che, oltre a dirci qualcosa in più di quella irrepetibile Assemblea di Vescovi di tutto il mondo, rivelano anche l’animo di chi la descrive.

Carlo Ferrari, Padre del Concilio. E’ la qualifica che egli ebbe cara più di ogni altro appellativo onorifico; e ciò dice molto anche del suo impegno pastorale di diffondere anzitutto tra i sacerdoti la vera “sapienza” conciliare ancor oggi attuale e da attuare. Per questo ebbe molto caro l’anello d’oro che Paolo VI donò a tutti i Padri, prezioso più per la memoria che evocava che per il suo valore intrinseco: lui se lo mise subito e lo tenne al dito, meravigliandosi che altri Vescovi non facessero altrettanto. La semplicità di quell’anello, che contrastava la ricchezza di grosse pietre che usavano ornare la mano di tanti Vescovi di quel tempo, fu come un simbolo della semplificazione ecclesiale ormai necessaria, onde far meglio risaltare la semplicità evangelica che desse nuovo, necessario slancio alla testimonianza cristiana.

Il Vescovo Carlo fu presente a tutte le sessioni conciliari. Il fatto poi che si sia premurato di stilare appunti sul calendario di quei giorni evoca l’importanza che egli attribuiva all’evento e la diligenza con cui ne seguiva i lavori, corredandoli talvolta con foto da lui stesso scattate in aula, cogliendo di preferenza l’espressività dei volti.

Il lettore attento scoprirà così anche il suo afflato di rinnovamento, di condivisione con la ricchezza di dottrina e di respiro pastorale nuovo che andava emergendo dai documenti in discussione e che egli ha voluto poi trasmettere nel suo ministero episcopale. Così pure il vivo senso ecumenico che emerge dal dialogo che il Vescovo Carlo intesseva con i suoi confratelli nell’episcopato provenienti da ogni dove. Ne sono testimonianza i rapporti diretti che ebbe con il Patriarca Atenagora prima ancora dello storico incontro con Paolo VI; auspicava fin d’allora, dalla sede di Monopoli, l’antica Egnazia, un riavvicinamento tra le due Chiese, Orientale ed Occidentale. E la partecipazione ai circoli operativi sulla riforma liturgica e sui seminari lo posero in contatto con esperienze pastorali di tutto il mondo: esperienze che mise sicuramente a profitto giungendo a Mantova nel 1967.

Concludo con un’immagine di luce, quella che colse il Vescovo Carlo sul volto raggiante di Paolo VI: “Un raggio di sole che filtra dal finestrone del transetto colpisce il Papa durante la consacrazione e lo rende, lui, l’Ostia e il Calice incandescente più candido della neve” (7.12.65).

Non è luce del passato: è luce da far risplendere ancora sui chiaroscuri del nostro tempo, quasi a riportare in evidenza quello che Olivier Clément ha definito il “cantiere di Pasqua” aperto dal Concilio Vaticano II e ancora pienamente attuale. E’ il cantiere della speranza in un mondo che, se riscopre Dio, riacciuffa anche il cammino della giustizia e della pace e, perché no?, dell’amore: quello vero.

 

Roberto Busti Vescovo di Mantova